In Hammamet, in sala dal 9 gennaio in 400 copie, Gianni Amelio ha scelto di raccontare l’esilio in Tunisia di Bettino Craxi, nome chiave della politica italiana degli anni ’80. Nel film, situato alla fine del secolo scorso (come recita la didascalia iniziale), “il Presidente”, così come viene chiamato da più parti senza mai indicarlo direttamente con nome e cognome, ha ormai lasciato l’Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato.
Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a “combattere” per riabilitarne l’immagine e gestirne l’eredità politica. Nel suo “esilio volontario” lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell’ex compagno di partito Vincenzo suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo “avversario, mai nemico” (Renato Carpentieri), che echeggia vari politici democristiani senza mai ricalcarsi esplicitamente su nessuno di essi a tal punto da renderlo irriconoscibile. Sono gli ultimi giorni di una parabola umana e politica che vedrà Craxi dibattersi fra malattia, solitudine e rancore: e la sua ultima testimonianza è affidata alle riprese di Fausto che nello zaino, oltre alla telecamera, nasconde una pistola.

Il Craxi di Amelio si muove tra vizi culinari e monologhi carichi di autunnale prostrazione, a tratti remissiva ma connotati in più di un’occasione da una riottosità claudicante, prossima alla ferocia, in ogni caso dura a morire. La sua dimora africana somiglia a un sarcofago asettico, a un sepolcro imbiancato nel quale l’ex leader socialista si muove ormai prossimo all’epilogo sua esistenza. «Io non considero Craxi una superstar, ma un politico su cui è calato da due decenni un silenzio assordante e ingiusto – esordisce in conferenza stampa il regista -, Le opinioni si esprimono anche quando si è in disaccordo, si può criticare ma in modo non fazioso. Non ho raccontato il Craxi degli anni ’80 ma il Craxi al tramonto secolo scorso, per l’appunto: gli ultimi sei o sette mesi della sua vita, un periodo di agonia in cui ha perso il potere e incontrato la morte. Il passato ritorna in questo eremo tra gli ulivi delle colline tunisine dove non si è messo in salvo, ma coltiva rimorsi, rimpianti e rabbia. Un uomo macerato, fino all’autodistruzione.»
«Un giorno sono stato a pranzo con i produttori del mio film La tenerezza, Agostino e Mariagrazia Saccà. Dovete sapere che Agostino ha un pallino: vuole fare un film su Cavour! – aggiunge scherzosamente Amelio sulle prime battute della genesi del film -, E mi dice, nell’offrirmelo: sai che Cavour ha avuto un rapporto molto forte con sua figlia? A quel punto io gli ho risposto: ma perché scomodare Cavour, potremmo parlare di Craxi e di sua figlia. Io l’ho buttata lì, anche solo per liberarmi di Cavour, ma poi mi hanno preso la cosa sul serio e ho fatto un film in cui la figlia è importante, anche se mi resta ancora misterioso il ruolo della figlia di Cavour!». Pierfrancesco Favino, straordinario interprete di Craxi in un’interpretazione che fa il pieno di uno sforzo mimetico a dir poco impressionante, gli fa eco col sorriso: «Io però la figlia di Cavour non la faccio!»

L’anonimato cui accennavamo non investe però il solo personaggio di Craxi, ma cala anche su tutti gli altri personaggi realmente esistiti coinvolti, giocoforza, nella narrazione. «I nomi non li faccio perché si conoscono fin troppo – precisa Amelio a questo proposito -, nei miei film tra l’altro li metto molto di rado, le frasi alla “Ciao Bettino, come stai?” non mi piacciono. I nomi sono troppo ovvi e poi ho tentato di non fare cronaca, ma di alzare lo sguardo un po’ più in alto. La figlia si chiama Anita in riferimento ad Anita Garibaldi (interpreta da Livia Rossi, ndr), perché Bettino Craxi venerava Giuseppe Garibaldi. Quel nome ha un motivo ben preciso. Non l’ho chiamata certo Mafalda, in un impeto di bizzarria…»
Hammamet, che arriva al cinema dieci giorni prima del ventesimo anniversario della morte di Craxi, scomparso il 19 gennaio 2000, si apre col noto 45esimo congresso del Partito Socialista, tra garofani rossi e membri del suo cerchio magico al seguito. A fare da voce da fuori dal coro, da cattiva coscienza, ci pensa il solo Vincenzo, ex operaio molto vicino al leader socialista e interpretato da un intenso e misurato Giuseppe Cederna. Lo ragguaglia sulle sue zone d’ombra, su quanto il Partito rischia seriamente di non sopravvivergli. Si tratta anche dell’unico momento del film in cui assistiamo direttamente all’attività politica di Craxi, che scorgeremo in seguito circondato da un vortice spesso mesto e anch’esso lugubre di personaggi e figure, dall’amante interpretata da Claudia Gerini in un paio di scene passando per quel ragazzo, Fausto (Luca Filippi), che per Amelio si riallaccia direttamente al figlio di Colpire al cuore, suo film del 1983 in cui al posto delle sentenze passate in giudicato c’era il terrorismo.

«Per quanto mi riguarda Craxi non è stato né un esule né un latitante – risponde Amelio a domanda precisa sulla questione -, Il latitante, per definizione, è colui che è ricercato dalla legge ma nessuno sa dove si trova. Di Craxi si sapeva tutto, pure il numero di telefono. Lo andavano a trovare i cantanti, i giornalisti per intervistarlo. La sua era una contumacia, più che un esilio, come si usa dire per chi non si presenta in tribunale. L’orgoglio che Craxi l’ha condotto a quella fine, l’ostinazione e la presunzione nel credersi nel giusto, a voler essere giudicato in Parlamento e non in Tribunale. Gli stessi chirurghi del San Raffaele, vedendo i macchinari dell’ospedale in Tunisia con cui volle farsi operare, hanno avuto orrore. Un film comunque non deve dare risposte ma porre domande e credo che questo film lo faccia. Il cinema deve mettere sempre in primo piano i sentimenti, non le baruffe, anche se si trattasse dei sentimenti di un assassino. C’è una battuta di Chaplin in “Luci della Ribalta” nella quale si dice: il cuore e il cervello, che enigma. Io credo di aver fatto questo film col cuore, e anche col cervello.»
«Lavorando al film ho conosciuto bene la vedova Anna Craxi – dichiara ancora -, Essendo una cinefila, più che di politica abbiamo parlato di cinema. È appassionata dei western di Anthony Mann, nel film c’è anche un omaggio a questa sua passione. Ho conosciuto anche Stefania Craxi, che s’impegna molto per far sì che il nome del padre non venga bruciato, mentre il figlio maschio, Bobo Craxi, lo conosco meno ma lui scrive molto e dà molte interviste, quindi paradossalmente conosco meglio il suo punto di vista, tra tutti gli altri.»
Favino dice invece, in chiusura: «All’epoca di Craxi si vedeva il tg e si leggevano i giornali con la sensazione che chi occupava quel ruolo stava lì con una preparazione specifica. I miei genitori avevano stima di chi occupava certi ruoli. Nei discorsi parlamentari di tutti i politici di allora si percepiva la ricchezza del linguaggio, la consapevolezza dello scambio, me lo ricordo quel periodo e la fine di Craxi fu anche la fine di una certa idea di uomo, e diciamo anche di maschio, al quale era stato inculcato di non piangere mai davanti ai propri figli, di non mostrare mai le sue debolezze. All’epoca si parlava di “noi”, poi ha prevalso solo l’”io”. Dico solo che quei sentimenti di collettività sono completamente scomparsi, ma ad ogni modo non mi bastano certo sei mesi di libri per parlare di politica e il mio mestiere è e rimane tutto ciò che ho per dare la mia opinione sul mondo.»

Foto di copertina e foto Gianni Amelio: Getty Images
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