È il 1991, Hong Kong è ancora una colonia inglese (e tale resterà per altri sei anni) e una terra di infinite possibilità per la finanza mondiale. Ma la ragione per cui tutti guardano alla città dal porto profumato (questa la traduzione del suo nome dal cantonese) è per la stagione di grande fermento del suo cinema, caratterizzato da una generazione di talenti innovativi e spericolati. C’è Tsui Hark, il produttore e regista di sfrenate pellicole action e visionarie horror story (vale la pena citare quanto meno Once Upon a Time in China e Storia di fantasmi cinesi) che ha sedotto Sam Raimi. C’è Ringo Lam, che, con City on Fire, ha fornito a Quentin Tarantino il canovaccio da reinterpretare con il suo Le Iene. E soprattutto c’è John Woo, che con una manciata di film diventa uno degli autori più seminali e influenti del cinema action degli anni Novanta. Sorvolando sulle sue opere giovanili (che come da tradizione per i registi orientali sono tantissime), è con A Better Tomorrow (film del 1986 prodotto da Tsui Hark) che la sua storia inizia davvero. La pellicola è un riuscito gangster movie con rimandi al cinema di Jean-Pierre Melville e di Sam Peckinpah, che si distingue per le peculiarità delle sue scene action, girate con uno stile che diventerà caratteristico del lavoro del regista. La pellicola è uno straordinario successo in patria e l’anno successivo viene immediatamente realizzato un primo sequel (girato sempre da Woo, a differenza del terzo capitolo della trilogia) e successivamente, sempre con il suo attore feticcio Chow Yun-fat, il regista gira anche Killer, forse uno dei suoi film più belli. Seguono Just Heroes (trascurabile), Bullet in the Head (il C’era una volta in America di Woo), lo spensierato Once a Thief e, infine, Hard Boiled, che rappresenta la summa degli stilemi dell’autore e, per molti versi, il canto del cigno della sua prima carriera cinematografica, quella legata a Hong Kong. Dopo seguirà la lunga parentesi hollywoodiana (fatta di luci e ombre) e dopo ancora il suo ritorno a casa, sotto il governo cinese questa volta. Chiariamo un punto: Hard Boiled non è il miglior film di Woo (quel primato spetta a Killer, probabilmente), ma è il suo film più esagerato e privo di compromessi, quello in cui, più che in ogni pellicola da lui girata, Woo può trasformare il suo cinema in un linguaggio di puro movimento dinamico, un balletto di sangue e pallottole, un eroico spargimento di sangue non appesantito dalla zavorra di una storia (anche perché lo script non è nemmeno completo, quando si inizia a girare, e molte scene vengono realizzate solo in funzione di quanto i set siano efficaci per mettere in scena le sparatorie più spettacolari possibili) o dagli orpelli del dialogo. Per capirsi, Hard Boiled è un film che dura centoventotto minuti e che inizia con una lunga e spettacolare sparatoria in una casa del tè, continua con una serie di sparatorie importanti in magazzini e ambienti vari, e si conclude con una lunghissima sparatoria in un ospedale, che occupa quasi interamente la seconda metà della pellicola. Se non è chiaro: è un film dove si corre, si salta e si spara. Si spara tanto, generalmente con due pistole assieme. E come dice Tuco: “Quando si spara, si spara… Non si parla”.

E pensare che, nelle intenzioni iniziali, Woo avrebbe voluto dare vita a una pellicola meno stilizzata delle precedenti, più giocata sugli elementi del thriller poliziesco che sull’azione. Invece – tra i problemi di una sceneggiatura rimaneggiata più e più volte e di una produzione funestata da vari incidenti – si rende conto di essere costretto a flettere i muscoli e gettarsi nel vuoto, facendo affidamento non tanto sulla scrittura quanto sulla dinamicità dei corpi (e dei proiettili). Ne esce fuori un film che è “più Woo di Woo” e che, per molti versi, si avvicina pericolosamente ai vertici quasi parodistici che il regista raggiungerà poi in USA, con il suo Mission: Impossible II, ma che riesce (abbastanza miracolosamente) a non superarli mai. Anche per merito dello straordinario carisma di un attore (ma sarebbe più corretto definirlo divo) come Chow Yun- fat, la risposta asiatica a Steve McQueen, uno capace con un mezzo sorriso e uno stuzzicadenti tra le labbra di dare equilibrio e credibilità alle più assurde delle situazioni.

Ma, alla luce di tutto questo, Hard Boiled può essere davvero considerato un classico? Sì, e per una ragione evidente: senza Hard Boiled (e senza il cinema di Woo in senso generale), il cinema d’azione americano degli anni Novanta e Duemila sarebbe stato del tutto diverso (leggasi molto peggiore) e non avremmo avuto, giusto per dire un titolo noto a tutti, Matrix.

3 Motivi per definirlo un classico

– L’influenza che ha avuto sul cinema mondiale

– La mancanza di compromessi nel suo linguaggio cinematografico

– L’incredibile sparatoria della casa del tè, che avrebbe fatto invidia anche a Sam Peckinpah

CREDIT Foto

©  Golden Princess Film Production Limited, Milestone Pictures, Pioneer LDC

 

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