A distanza di 33 anni, questo sci-fi distopico rimane una delle visioni più radicali del futuro
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A distanza di 33 anni, questo sci-fi distopico rimane una delle visioni più radicali del futuro

Un futuro rovente di metallo e polvere, un incubo claustrofobico che ancora oggi conserva una forza visiva e politica sorprendente

A distanza di 33 anni, questo sci-fi distopico rimane una delle visioni più radicali del futuro

Un futuro rovente di metallo e polvere, un incubo claustrofobico che ancora oggi conserva una forza visiva e politica sorprendente

Scena dal film horror sci-fi Hardware (1990)

Nel 1990, mentre la fantascienza cinematografica inseguiva l’epica dei grandi franchise, Richard Stanley firmava con Hardware un futuro ristretto, metallico e tossico, raccontato quasi interamente entro le pareti di un appartamento. L’idea è semplice e micidiale: in un mondo irradiato e sovrappopolato, Mo, reduce e mercante di rottami, porta alla compagna Jill, scultrice che lavora con ferraglia e circuiti, la testa arrugginita di un robot recuperata nel deserto. Quel reperto appartiene al programma militare M.A.R.K.-13, un’unità capace di autorigenerarsi. Nel laboratorio di Jill, la macchina si rianima, si costruisce un corpo con trapani e lame, e trasforma la casa in una trappola. Comincia così una caccia al gatto e al topo che non cerca il gigantismo dello spettacolo, ma la pressione costante del vicino, del tangibile, del sudore.

La scelta di Stanley è radicale proprio perché lavora per sottrazione. L’apocalisse non viene spiegata in lunghi monologhi, la geopolitica resta fuori campo: bastano un cielo opaco, finestre che danno su una città rugginosa, notiziari radio corrosivi che filtrano dal sottofondo. Il mondo è tutto lì, suggerito da un design che mescola terminali analogici, display monocromatici e porte blindate, un immaginario industriale che non insegue la patina del neon, ma l’attrito della ruggine. Il robot non diventa mai un’icona da poster: la regia lo frammenta in dettagli, lo mostra a scatti, ne amplifica i rumori, lo lascia avanzare senza volto e senza voce. È la burocrazia della distruzione, non un cattivo carismatico.

A tenere insieme immagine e ritmo c’è la colonna sonora di Simon Boswell, un innesto sorprendente di lap steel “western” e pulsazioni meccaniche che detta il passo del montaggio e scolpisce l’ipnosi delle sequenze; in mezzo scorrono tracce come Ministry e Public Image Ltd, mentre Iggy Pop e Lemmy compaiono in cameo che allineano il film al suo DNA musicale. L’energia non sta nei mezzi, ma nelle idee: girato con risorse limitate, Hardware aggira l’effetto-povertà con luce, suono e montaggio, costruendo tensione più con ciò che suggerisce che con ciò che mostra. Anche quando esplode la violenza, pochi momenti bastano a imprimersi, perché il film li prepara come detonazioni, non come routine.

C’è poi un aspetto che oggi suona ancora modernissimo: la progressiva centralità di Jill. All’inizio sembra seguire Mo; presto, invece, è lei a pensare, reagire, improvvisare, trasformando gli attrezzi del suo lavoro in strumenti di sopravvivenza. Non è una “damsel”, né un’eroina sovrumana: è una donna concreta che legge lo spazio, studia la macchina, sbaglia e rilancia. È anche attraverso questo scarto che Hardware si emancipa dal paragone comodo con altri titoli dell’epoca e, pur dialogando con loro, rivendica un carattere proprio.

Rivisto oggi, il film colpisce per la coerenza del suo mondo e per la lucidità dei suoi sottotesti. In filigrana scorrono l’uso militare della tecnologia, l’assuefazione mediatica, la gestione necropolitica dei corpi in un pianeta esausto. Il M.A.R.K.-13 non porta slogan, non promette redenzione, non apre dilemmi morali: esegue una funzione. È questo gelo a renderlo disturbante. Se all’epoca qualcuno lesse in Hardware un esercizio di stile “troppo piccolo” per lasciare il segno, il tempo ha fatto il resto: la compattezza dell’idea, l’ostinazione con cui la porta fino in fondo e la sua estetica ruvida hanno resistito meglio di molti coevi più costosi.

Per chi scopre oggi il film, la sorpresa è doppia: da una parte la sensazione di guardare un videoclip industrial lungo novanta minuti che però non perde mai la bussola narrativa; dall’altra la constatazione che il suo futuro, più che immaginato, è stato costruito con oggetti, superfici, materiali reali. È proprio in questo attrito fra carne e metallo, sangue e ruggine, che Hardware trova la sua ragione d’esistere. Non chiede di credere in un destino, chiede di sentire un ambiente. Non vende il sublime, vende l’attrito.

Se la fantascienza degli anni Novanta ha prodotto molti mondi ipertrofici, Hardware resta un atto di fede nell’inquadratura stretta e nel suono che raschia le pareti. È un distopico che non concede tregua e che, a distanza di tre decenni, continua a sembrare più vivo, più sporco e più presente di quanto molti futuri digitali abbiano mai osato.

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