Chris Hemsworth non è il capitano Achab. E Heart of the Sea non è un nuovo adattamento di Moby Dick (se ne cercate uno, recuperate quello di John Huston con uno straordinario Orson Welles). È bene ribadirlo, a scanso di equivoci e per approcciarsi al film nel modo giusto. Ron Howard racconta la storia che ha ispirato il romanzo di Melville, quella della nave Essex, affondata nel 1820 dopo lo scontro con una balena. I sopravvissuti passarono novanta giorni alla deriva in pieno oceano prima di venire recuperati: un’esperienza che il regista traduce in un survival movie lineare e coerente, dalla struttura classica, in cui però l’ossessione e tutti i complessi meccanismi psicologici che caratterizzano il duello tra uomo e animale nell’opera originale vengono meno.

Heart of the Sea comincia nel 1850 circa, quando Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), uno dei pochi reduci del naufragio, una notte riceve la visita di un giovane Melville (Ben Wishaw), desideroso di conoscere la verità su quei terribili giorni. Così, un flashback di trent’anni ci porta nel 1820, a Nuntacket, dal cui porto la Essex si lancia a caccia di balene. La macchina da presa di Howard, in mare, si muove con la stessa fluidità con cui seguiva i bolidi di Formula 1 sulle piste di Rush: si fa cullare dalle onde, viaggia frenetica da poppa a prua quando soffia la tempesta e nelle scene subacquee si butta nell’oscurità degli abissi. Hemsworth, che interpreta il primo ufficiale Owen Chase, qui è una sorta di James Hunt dei mari: bello, ambizioso, coraggioso e carismatico, contrapposto alla figura del capitano George Pollard (Benjamin Walker), inesperto ma arrogante, che il posto l’ha guadagnato solo grazie al suo nome (viene dalla famiglia più importante della città). Il loro è un dualismo capriccioso e avido, che trascina l’equipaggio sino alle acque estreme, “dove finisce la conoscenza e cominciano le superstizioni”: è qui che “la balena bianca” appare, un mostro gigantesco dal colore alabastro e segnato dagli arpioni, che si abbatte sulla Essex con furia vendicativa. Durante la scena dell’attacco, la mente corre allo Squalo di Spielberg, quando la barchetta di Robert Shaw viene fatta a brandelli. Ma è solo un rapido déjàvu e il taglio avventuroso che aveva caratterizzato la narrazione sino a quel momento vira verso il survival più tradizionale, in cui la superbia dell’uomo paga il conto a Madre Natura.

Il ritmo cala, con l’introspezione a prendere il sopravvento sull’azione, ma nel raccontare gli interminabili giorni in mare aperto, Heart of the Sea riesce laddove Unbroken, per esempio, aveva fallito: la carica drammatica è tanta e la disperazione fisica e psicologica dei protagonisti (il cui dimagrimento è impressionante) arriva allo stomaco. Nascosto in tutta questa sofferenza, però, c’è un messaggio quasi ecologista, che emerge chiaramente nella violenza della caccia alle balene, vittime degli arpioni dei marinai e di un commercio senza scrupoli che si basava proprio sulla vendita dell’olio estratto dal loro grasso. Fin troppo facile, dunque, parteggiare per la futura Moby Dick.

Nota a margine per Tom Holland, il nuovo Spider-Man: interpreta la versione young di Nickerson ed è il simbolo dell’innocenza in un mare di avidità. Un bel banco di prova (superato), che l’ha persino portato dentro la testa di una balena morta.

 

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