Esiste la vita dopo la morte o la nozione di oltretomba e di aldilà sono suggestioni dettate dalla volontà di svelare l’ignoto e dalla superstizione? La risposta inequivocabile è in Hereafter (guarda il trailer), ultimo lavoro di Clint Eastwood , presentato come chiusura del Torino Film Festival e probabilmente al trampolino di lancio per i prossimi Oscar. Tema molto spielberghiano e non a caso il regista di E.T. e Schindler’s List è tra i produttori del film. Sorprende invece la scelta di far dirigere ad Eastwood un film teoricamente distante dalle sue corde, ma come già nell’ultimo Invictus, il regista americano spiazza lo spettatore e continua il suo percorso sempre più eclettico, a dispetto della sua età.

Tre storie separate ma strettamente connesse che vanno ad incontrarsi nel finale a completare la riflessione su un tema intrinsecamente a forte rischio di banalità e retorica. Da una parte George, interpretato in modo molto convincente da Matt Damon, nei panni di un sensitivo che vive il suo dono come una maledizione, perché gli rende impossibile relazionarsi con il prossimo senza entrare in contatto con il loro passato, solo attraverso un contatto fisico. Parallelamente Marie, interpretata da Cecile De France (Alta Tensione, Nemico Pubblico n. 1), celebre giornalista francese, scampata miracolosamente alla morte durante lo tsunami e costretta a rivedere tutte le sue priorità dopo l’esperienza subita. Infine due gemelli molto legati, con una madre eroinomane a cui sono comunque estremamente affezionati vengono separati dalla morte di uno dei due.

Il rigore classico e la solita regia calibratissima e trasparente di Clint Eastwood scongiurano gran parte dei limiti di una sceneggiatura troppo monodimensionale. Ma il miracolo completo non avviene e a Hereafter, nonostante alcuni momenti molto intensi (tra cui la spettacolare scena dello tsunami), manca la complessità, la curiosità vorace e la ricerca della contraddizione che rendono così prezioso il cinema di Eastwood.

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