Hugh Jackman, 44 anni (è nato a Sidney, il 12 ottobre 1968), ha accettato la sfida di interpretare il protagonista Jean Valjean in Les Misérables, il film diretto da Tom Hooper, adattamento del celebre musical ispirato all’opera di Victor Hugo. Lo spettacolo teatrale ha debuttato nel 1985 e ancor oggi, a distanza di 28 anni, continua ad andare in scena sui palchi più prestigiosi del mondo.
Anche il kolossal cinematografico si arricchisce delle performance canore live degli attori, un cast all star che conta anche Anne Hathaway (Fantine), Russell Crowe (Javert), Amanda Seyfried (Cosette) e Edfdie Redmayne (Marius).
Jackman è anche un family man, devoto alla moglie Debbie (sposata nel 1996) e ai loro due figli, Oscar (12 anni) e Ava (7), entrambi adottati.

Quando vide per la prima volta Les Miserables a teatro?
«Fu a New York, credo una decina d’anni dopo il debutto ufficiale. Fui rapito. Dopo dieci anni credevo che avesse perso un po’ d’appeal, che fosse ormai vecchio, ma ci tenevo a vederlo comunque. Conoscevo bene le musiche e le canzoni e una volta a teatro sono rimasto scioccato dal coinvolgimento emotivo che era capace di creare. Dopo averlo visto altre quattro o cinque volte, posso dire che è sempre lo stesso. Potente come sempre, ogni volta».

Quali sono le sue canzoni preferite?
«Amo “Who Am I?” per quello che esprime: la crisi di coscienza di un uomo. E poi quella melodia… è una canzone meravigliosa, un bellissimo viaggio in crescendo, che adoro cantare».

Qual è il messaggio più importante che il film mutua dal musical?
«Non credo sia possibile individuare un unico messaggio, perché i temi trattati sono molteplici e ugualmente importanti, da quelli politici a quelli sociali fino agli affetti, all’amore non corrisposto. Però credo che i compositori Claude-Michel e Alain Boublil, prendendolo direttamente dalle pagine di Hugo, abbiano riassunto tutto nell’idea che è nell’amore e nella solidarietà verso il prossimo che si incontra il volto di Dio. Questa è l’essenza della storia».

L’attenzione ai poveri, la giustizia sociale sono leitmotiv che rendono Les Miserables attuale anche ai giorni nostri, non crede?
«Sì assolutamente, ed è bello pensare che si tratti di un problema che può essere risolto, ma Victor Hugo è riuscito a fotografare una condizione universale e destinata a perdurare in eterno: l’ingiustizia sociale di oggi è la stessa di allora. Negli Stati Uniti c’è appena stata un’elezione presidenziale in cui questo è stato uno dei temi centrali. Mentre giravamo il film, il movimento Occupy Wall Street era ancora sulla bocca di tutti e mi ha ricordato quello degli studenti che Hugo descrive nel suo romanzo. Inoltre, nel libro lui denuncia lo sfruttamento sessuale e l’abuso sui minori che sono ancor oggi due piaghe del nostro mondo. È stato un attento osservatore della sua realtà, di cui ha messo in luce tutte le storture e le ingiustizie, così come dell’animo umano. Una fotografia universale, come dicevo, che sarà attuale anche tra 200 anni».

Cos’ha pensato e provato quando ha letto il romanzo?
«Quasi me ne vergogno, ma confesso che prima di fare questo film non lo avevo mai letto. Grazie a Les Misérables sono riuscito a farlo. Io spero che il pubblico ami la pellicola, ma consiglio a tutti di leggere anche il romanzo, perché è un capolavoro. Io rimpiango di non averlo fatto quando ero più giovane, perché credo che leggere Victor Hugo durante l’adolescenza o comunque durante gli anni in cui ciascuno pone le basi per il suo futuro possa aiutare a cambiare la direzione della propria vita. È un’opera meravigliosa».

Questo è per lei un ruolo classico, considerato che è un uomo di teatro?
«Sì, per me è un po’ come interpretare Amleto. È uno dei ruoli più belli che siano mai stati scritti. Ero pienamente consapevole della grande responsabilità che mi sono assunto quando ho accettato la parte».

Come si è preparato per interpretare Jean Valjean?
«Per si è trattato di una triplice sfida: fisica, vocale ed emotiva. Arrivavo a fine giornata sempre esausto, ma dovevo cercare di preservare e curare la mia voce, perché il giorno successivo avrei dovuto cantare di nuovo. Ogni mattina nella roulotte mi prendevo del tempo per riscaldarmi e fare meditazione. Però spesso mi ritrovavo seduto su una sedia senza fare nulla, così ho iniziato a giocare con i puzzle. Non ero mai stato un patito di puzzle prima, ora lo sono. Durante le riprese era l’unica attività che, oltre alla meditazione, mi permetteva di far riposare la mente e distrarmi. Poi quando tornavo a casa cercavo di non parlare. Per me è stata un’opportunità straordinaria: un ruolo emozionante, quasi catartico».

Quando appare per la prima volta sullo schermo è praticamente irriconoscibile nei panni di un detenuto. Come ha costruito quel look?
«Tom Hooper me l’ha detto esplicitamente: “Non voglio che ti riconoscano”. Era importante per la storia, non solo perché quando Javert incontra Valjean nove anni dopo non lo riconosce, ma anche perché il cambiamento fisico esprime bene il percorso umano e spirituale che il personaggio intraprende. Ho dovuto perdere parecchio peso, ma non ho mai smesso di fare palestra, perché Valjean doveva comunque sembrare un uomo forte, non deperito. Il giorno prima di girare quella scena non ho assunto né acqua né qualsiasi altro liquido. È un trucco che usano i bodybuilder per arrivare il più snelli possibile il giorno della gara. Il risultato è un volto scavato con gli occhi infossati. Ammetto che non è stato il giorno più divertente sul set».

Dal momento che lei è padre anche nella vita, si è ritrovato nei sentimenti che esprime la canzone “Suddenly”, in cui Valjean si rende conto dell’affetto, per non dire dell’amore, che prova verso la figlia adottiva Cosette?
«Sì. Tra l’altro Tom Hooper ha voluto sottolineare una cosa che è chiara nel romanzo ma non sempre nel musical e cioè che Valjean, dopo l’incredibile trasformazione iniziale, potrebbe diventare una sorta di santo per tutto il resto della storia e questo sarebbe un errore. Sarebbe molto meno interessante. Quando Victor Hugo racconta il suo incontro con Cosette, ne parla come di un uomo di 51 anni che sperimenta l’amore e la felicità per la prima volta nella sua vita. La descrive come una valanga d’amore, che non corrisponde solamente all’affetto di un padre, ma anche a quello di un fratello, di un amante. È un’esplosione di sentimenti che in quanto tale porta con sé anche sensazioni meno piacevoli. Quando diventi genitore, nessuno ti prepara all’intensità dell’amore che proverai nei confronti dei figli né tanto meno alle preoccupazioni, alle paure, alle frustrazioni che pure ci saranno e che derivano proprio dalla forza del sentimento e dalla protezione che vorresti sempre garantire loro. Si tratta di emozioni contrastanti ed è proprio questo che Tom voleva far emergere attraverso la canzone».

Che lezione ha imparato dai suoi genitori che vorrebbe trasmettere ai suoi figli?
L’educazione che ci viene impartita forgia la nostra personalità, la nostra identità. Nonostante i miei genitori si siano separati e mia madre si sia trasferita, non mi sono mai sentito solo o non amato. E questo mi ha aiutato a superare le difficoltà. La cosa più importante che io auguro ai miei figli è di credere sempre in se stessi. Tutti sappiamo che non potremo mai realizzare tutti i nostri sogni, vincere sempre, soddisfare tutte le aspettative, ma se ognuno sta bene con se stesso e crede nelle sue capacità, è molto più semplice rialzarsi dopo le cadute e non smettere di sognare e guardare avanti. Questo vorrei per i miei figli.

A proposito di canzoni, come ha vissuto “Bring Him Home”, quando Valjean salva Marius consapevole che lui potrebbe portarle via Cosette?
«La prima volta che l’ho provata mi sono messo a piangere. E Tom mi ha detto: “Molto toccante, ma tieni davvero così tanto a questo ragazzo che ti sta portando via la figlia al punto che non potresti vederla più?”. Gli ho risposto: “Forse hai ragione”. E lui: “Non pensi ci sia una parte di Valjean a cui non interessa se lui venisse colpito da una pallottola durante la battaglia?”. Il fatto è che Valjean sta continuando il suo percorso per diventare una persona migliore, sicuramente meno egoista, ma non è facile, soprattutto per via del forte attaccamento a Cosette. Per incarnare questi sentimenti mi sono ispirato a mio padre, esempio di altruismo. Quando mia madre ci ha lasciati, lui si è ritrovato a dover crescere cinque figli da solo. Credo che per quasi dieci anni lui non abbia mai avuto un momento per sé, ma mai si è permesso di lamentarsi o rinfacciarci questa situazione. Mai. Così, quando ti trovi a interpretare un personaggio come Valjean, ogni giorno ti trovi a pensare di quanto sia ancora lunga la strada da percorrere».

La generosità di Valjean è stata fonte di ispirazione nel fondare la compagnia “Laughing Man Coffee and Tea” (“Uomo che ride, caffè e tè”, ndr) e darne i ricavi in beneficenza?
«Jean Valjean è certamente un grande esempio di generosità, in grado di fornire con i suoi soldi lavoro e sussistenza alla gente, ciò non si può negare. Tuttavia la mia vera ispirazione a tal riguardo è stato Paul Newman, un grande filantropo nonché uomo molto intelligente, e tutto ciò che ha fatto. Suggerisco vivamente la lettura del libro “Shameless Ecploitation in Pursuit of the Common Good” (“Sfruttamento senza vergogna per il bene comune”, ndr), libro di 84 pagine facile da leggere, in cui il suo collaboratore Hotchner parla della sua storia. Ho sempre sostenuto in passato diversi enti di beneficienza e con mia moglie ho sempre cercato di dare il possibile, ma a lungo ho pensato che ciò che Paul è riuscito a fare ha stabilito un nuovo standard di efficacia dal punto di vista filantropico, e sebbene lui non sia più con noi, la sua fondazione è più forte che mai: riesce infatti a offrire alloggio e lavoro a 500 persone, dimostrando così di essere un business di successo in grado di convogliare più di 200 milioni di dollari in beneficienza. Lui non è stato soltanto un portavoce di un ente di beneficienza, ma è riuscito a sfruttare un suo interesse, adorava infatti preparare dressing per insalata, popcorn e salsa barbecue, per creare una occupazione molto efficace, in grado di dare lavoro alla gente al fine di donare in beneficienza un’ingente somma di denaro. E il suo dressing per insalata è stato il primo prodotto ad essere disponibile nei supermercati senza contenere alcun tipo di conservanti, riuscendo così a rompere gli ormai consolidati schemi di mercato. E questo modello è proprio quello che io cerco di seguire usando la mia passione per caffè e tè, visto che (scherzando) io sono un fissato del caffè e voglio essere sicuro che, dovunque io sia, riesca a berne uno buono».

Quando è iniziato il suo amore per il caffè?
«Ho assaggiato il caffè, quello vero intendo, per la prima volta intorno a 18 anni quando sono andato in Italia, poiché l’odore del caffè istantaneo che mio padre era solito bere a casa non mi è mai piaciuto. Lui beveva anche Bonox, un estratto di manzo, una sorta di Vegemite (marmellata salata tipica australiana) liquida. Poi tutto ad un tratto ricordo che quando avevo 18 anni qualcuno in Italia qualcuno mi chiese “Vuoi del caffè?”, così sono entrato nel bar dove ho visto tutta questa gente in piedi, bere il loro caffè Espresso con zucchero all’interno di piccole tazze. E da allora non me ne sono più separato».

Lei sembra un uomo in grado di poter fare tutto, ma quali sono i suoi difetti?
«Sono molto bravo a bere caffè, certo, ma non sono capace a farlo. Oltre a questo, faccio davvero fatica a dire no, e ciò fa di me un “double-booker”, con grande dispiacere di mia moglie. Sono poi incredibilmente vago, e mi dimentico spesso le cose. In più, credo di essere il peggior tuttofare del mondo. Quindi la lista è davvero lunga, e se parli ai miei figli può diventarlo ancora di più».

Sappiamo che sul set lei è molto canterino. Le piace cantare anche a casa?
«Sì, io canto spesso, direi che canto ogni giorno, anche solo per dieci minuti. Cantare mi fa impazzire: tutto inizia sotto la doccia, quando partono le prime scale, i classici La-la-la-la-la-la, oppure Di-di-di-di-di-di…e poi finisco con il cantare, cosa di cui i miei figli si lamentano in continuazione, con i loro “Basta papà con queste scale!!”. Tra l’altro, anche mia moglie ama cantare; siamo davvero una famiglia molto “musicale”, la musica non manca mai in casa e spesso cantiamo insieme, cosa che i nostri figli trovano estremamente fastidiosa».

Come si spiega il fascino immortale del musical Les Miz?
«Be’, non dobbiamo dimenticarci da dove il musical ha origine, ossia da uno dei più grandi testi letterari di tutti i tempi. E nonostante il nome “I miserabili” e il fatto che accadano diversi casini, è una storia davvero edificante, perché spiega come lo spirito umano in fondo sia in grado di prevalere su tutto; ecco perché, sebbene le circostanze in cui ci troviamo per fortuna non siano neanche lontanamente drammatiche come quelle descritte dal libro, in un certo senso possiamo rispecchiarci in esso: ci sono infatti così tanti personaggi al giorno d’oggi che attraversano percorsi simili, con una periodo di crisi iniziale che poi però gli permette di risollevarsi e di reagire, che non si può non trarre insegnamento da una storia simile. Quello poi che Cameron Mackintosh e Trevor Nunn sono riusciti a creare con il musical è qualcosa di incredibile, in quanto sono riusciti a cogliere l’essenza del libro e a trasformarla in musica e recitazione in una maniera che nessun altro spettacolo tratto da un libro è stato in grado di equiparare. E ciò che se ne ricava è un piatto bello ricco ma al contempo impegnativo: infatti, il libro di Victor Hugo è straordinario, le musiche sono bellissime, la storia è fantastica, ci sono 8 o 9 personaggi con ruolo da protagonista e per ciascuno c’è qualcosa a cui dedicarsi».

Quali sono stati i momenti della sua vita che l’hanno trasformata maggiormente?
«La più grande trasformazione, ed è stata proprio una trasformazione immediata, è stato l’incontrare mia moglie, che riesce sempre a rendermi una persona migliore, così come riescono a fare i miei figli. Loro sono le prime persone a cui penso che sono state in grado di cambiare la mia vita all’istante. Riesco comunque a vedere cambiamenti in altri ambiti: ad esempio, al di fuori della mia famiglia, la meditazione è stata probabilmente la cosa che è riuscita a cambiarmi più profondamente. E non posso dire che sia stato un processo rapido. È da 20 anni che medito e ora posso guardare indietro e vedere come effettivamente i cambiamenti siano sopraggiunti in maniera davvero graduale. Mi ricordo un paio di volte in cui mi veniva da dire: “Non ho tempo per meditare”, ma il mio maestro ogni volta mi diceva: “Bisogna liberarsi da tutte le false idee che abbiamo”. La meditazione può essere un processo molto lento, e per questo si è incoraggiati a farlo ogni giorno, regolarmente, che tu lo voglia o no».

Lei è solito fare dei propositi per l’Anno Nuovo?
«A volte mi capita di esprimere qualche desiderio, ma la maggior parte delle volte non ne trovo riscontro, e quindi di solito non ci do troppo peso. Tuttavia credo che il film “I miserabili” esca nelle sale in un momento perfetto, perché è il periodo dell’anno più adatto per riflettere su cosa sia importante nella vita e su quali sono le persone che contano maggiormente».

Quindi qual è il suo proposito per il 2013?
«C’è un aspetto del personaggio che interpreto, Jean Valjean, che credo di avere in comune con lui: il suo instancabile cercare di essere all’altezza della situazione, che deriva dall’incredibile esempio di amore e di pietà che il vescovo ha avuto verso di lui all’inizio. Inoltre, anche a causa della continua insistenza di Javert nel ricordargli il suo passato, credo che lui, qualunque cosa faccia, ritenga di essere sempre inferiore, per lo meno fino alla parte conclusiva della storia. Una cosa che ho riscontrato è che forse anche io sono un po’ così, duro con me stesso. Mia moglie Deb spesso mi dice: “Che montagna abbiamo messo ad ostacolare il nostro cammino oggi?”. In effetti credo di essere propenso , in maniera più o meno inconscia, a spingermi sempre più in la imponendomi compiti che a volte si rivelano essere dei veri e propri ostacoli. Quindi uno dei più grandi insegnamenti che ho appreso da Valjean, e in particolare dalla parte finale del suo percorso, è l’accettare sempre la propria inferiorità, l’accettare la propria umanità, i propri errori, in modo così da riuscire poi ad accettare ciò anche nelle altre persone».

 

 

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