Katniss esce dall’arena e i giochi si fanno ancora più pesanti. Può sembrare una banalità, ma è quanto accade nel terzo capitolo cinematografico di Hunger Games, adattamento della prima parte dell’ultimo romanzo di Suzanne Collins.

A priori poteva sembrare una pura scelta di marketing (e in parte lo è, certo), quella di dividere l’ultimo libro in due episodi nella sua traduzione per lo schermo. Eppure, alla luce della Parte I de Il canto della rivolta, ha una sua logica. Perché questo primo film prepara il terreno per l’epilogo finale (che andrà in scena esattamente tra un anno, il 19 novembre 2015), dove la scintilla innescata dalla ghiandaia imitatrice deflagrerà in tutti i Distretti e a Panem sarà ufficialmente in guerra.

Un’operazione non facile che Francis Lawrence, già regista di La ragazza di fuoco, si è accollato con grande responsabilità e altrettanta padronanza della materia in oggetto, riuscendo nell’impresa – per nulla scontata – di nobilitare il testo di partenza originale. Se Il canto della rivolta letterario risulta narrativamente il più debole per via delle improbabili derive che prende, la sua trasposizione cinematografica conferisce alla storia un senso di verità. E anche una certa attualità: le scene di distruzione, i bombardamenti, i volti di persone ferite e indifese, le esecuzioni capitali non sono così dissimili dalle immagini che ogni giorno ci vengono proposte dai telegiornali o vengono sparate in prima pagina sui quotidiani. È in questa capacità di raccontare il reale – ormai da tempo deputata alle migliori serie tv e non più al cinema –  che Il canto della rivolta – Parte I acquista valore e segna una svolta rispetto agli altri film della saga, pur essendo radicato all’interno di un universo distopico. Com’era prevedibile, cambiano i toni, i ritmi, i colori, l’immaginario: è il capitolo più cupo della serie, e quello che “sacrifica” l’azione a favore di un maggior investimento emotivo. Come si diceva, non si tratta più di combattere per la propria sopravvivenza; no, qui i giochi si fanno politici e psicologici, e la posta in palio esponenzialmente più alta: è la vita di un’intera nazione a essere in pericolo.

Per chi ha letto i libri e conosce la saga, a livello spazio-temporale il film si muove per la maggior parte all’interno del Distretto 13, nei cunicoli sotterranei dove è risorto dopo essere stato raso al suolo da Capitol City, e ospita gli eventi che vanno dall’arrivo di Katniss fino alla liberazione dei vincitori tenuti in ostaggio dal Presidente Snow: ovvero Peeta, Johanna e Annie (la fidanzata di Finnick Odair).

Due sono le linee narrative portanti: da un lato la piena assunzione da parte di Katniss del ruolo di ghiandaia imitatrice, dunque di simbolo e leader di una rivolta contro l’oligarchia di Panem covata da tempo e ormai giunta a piena maturazione. Dall’altro l’elaborazione dei suoi sentimenti nei confronti di Gale, e soprattutto Peeta, tenuto in ostaggio dal Presidente Snow e – si scoprirà – torturato psicologicamente e fisicamente tramite la tecnica del depistaggio.

Il funesto destino degli sfortunati amanti del Distretto 12 non conosce tregua: l’una trasformata in «una locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia», l’altro programmato per uccidere proprio la donna che ama. Due armi in mani altrui a cui non viene nemmeno concesso il tempo di riprendersi dai traumi subiti. Katniss e Peeta agiscono perennemente in stato di shock, e in questo senso la violenza psicologica già presente anche nei precedenti film qui si acuisce. Senza trovare nemmeno negli interventi di una dimessa e struccata Effie Trinket e di un insolitamente sobrio Haymitch i classici elementi di sdrammatizzazione.

Se non sono le scene d’azione (se ne contano poche: il bombardamento dell’ospedale nel Distretto 8, l’esplosione della diga e l’incursione di una squadra del Distretto 13 nel Centro di addestramento di Capitol City, dove sono prigionieri Peeta, Johanna e Annie), a farsi carico della tensione drammatica ed emotiva del film, sono invece la regia e le interpretazioni degli attori. Su tutte quelle di Philip Seymour Hoffman e della new entry Julianne Moore, i cui dialoghi ricordano le macchinazioni dei coniugi Underwood di House of Cards. E se è vero che Francis Lawrence si concede qualche primo piano insistito di troppo, inciampando nella retorica, è altrettanto vero che Jennifer Lawrence riesce a reggere lo sguardo, puntando dritti i suoi occhi dentro la macchina da presa. Gli stessi – infuocati di paura e rabbia – su cui si chiude anche Il canto della rivolta – Parte I.

P.S. Se proprio dobbiamo trovare altro da rimproverare al film, non possiamo non citare la messa in piega di Katniss, sempre impeccabile anche dopo il brutale attacco subito dal Distretto 13 e dopo essere stata inondata di acqua. Ecco, in quei boccoli vaporosi il senso di realtà un po’ si perde.

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