Chiunque abbia visto almeno una volta la trilogia di Jason Bourne sa bene con quali ingredienti è costruita: azione vertiginosa e una narrazione appassionante che punta a ricostruire il passato del protagonista attraverso indizi, flashback, fascicoli e informazioni top secret. Ora, a nove anni di distanza da Ultimatum, l’agente interpretato da Matt Damon torna con una nuova avventura, che non cambia ricetta. Bourne si è allontanato dalla CIA, è sempre più solitario e passa le sue giornate a tirare pugni in combattimenti clandestini in Grecia. Ma il suo passato non ha smesso di tormentarlo, perché c’è ancora tanto che lui non sa. Come, per esempio, la verità sulla morte di suo padre, scintilla che fa scattare il meccanismo che ha fatto la fortuna dei capitoli precedenti.

Non è esattamente una sensazione di déjà vu quella che si prova guardando quanto accade sullo schermo, solo consapevolezza di quanto Paul Greengrass – regista e sceneggiatore – abbia scelto di non stravolgere una struttura vincente, puntando sui nuovi segreti nascosti nel background dell’eroe e aggiungendo sullo sfondo i tanti interrogativi sollevati dal sempre attuale dualismo tra sicurezza pubblica e diritti personali del cittadino, con l’assottigliarsi progressivo del concetto di privacy in favore dell’attanagliante sensazione di essere controllati da tanti sguardi, umani e tecnologici. Oltre a Bourne, sono tre i personaggi chiave per l’economia narrativa della storia: il risoluto direttore della CIA interpretato da Tommy Lee Jones, ben disposto a sporcarsi le mani pur di non compromettere la sua agenzia; l’analista di Alicia Vikander, determinata e ambigua quanto basta per non cadere a piedi uniti nella trappola dello stereotipo; e il killer di Vincent Cassell, che bracca Bourne dall’inizio alla fine e con una motivazione personale alle spalle, questa sì vera novità del film in quanto per la prima volta la nemesi del protagonista non agisce solo per adempiere ai suoi ordini.

Preso atto della struttura classica in rispetto della tradizione, ci si può facilmente lasciar trascinare dalle grosse scene d’azione del film, iper-dinamiche e vibranti, con la macchina da presa che spesso simula il tremolio tipico della camera a mano. Il caos, comunque, non è di casa e il senso di realismo è sempre percepibile, anche quando si raggiungono vette d’intrattenimento altissime come nell’inseguimento finale per le strade di Las Vegas tra Damon e Cassell. Jason Bourne è quello che vuole essere: un film spettacolare e dal ritmo spedito, che conferma l’indole quasi indistruttibile di un eroe che non smetterà mai di fare i conti col passato. Se l’intento – come sembra – è quello di proseguire con la saga senza programmare una vera e propria scadenza, allora la strategia di non rivoluzionare lo schema originale apre innumerevoli porte per il futuro. Ma, secondo noi, un minimo di rinnovamento è necessario per rendere più credibile il percorso di Bourne, che prima o poi si stancherà di essere l’uomo costantemente in cerca della verità. E di un suo posto nel mondo.

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