È il 1954, Akira Kurosawa ha 44 anni e una solida carriera da regista di successo alle spalle. Ha iniziato a girare durante la Seconda guerra mondiale e il suo cinema è pesantemente influenzato dalla propaganda bellica (prima perché gli è avversa, poi perché ne influenza la produzione e i temi). Il giorno della resa del Giappone alle forze alleate, proprio come tanti altri maschi giapponesi, è pronto a uccidersi se l’Imperatore chiederà questo sacrificio per ristabilire l’onore della nazione. Ma Hirohito è un uomo assennato e con il suo ragionevole discorso di resa, salverà la vita a milioni di ragazzi, come lo stesso Kurosawa ricorda nella sua bella quasi- autobiografia (L’ultimo samurai, edita in Italia da Baldini & Castoldi). Gli anni successivi sono quelli dell’occupazione americana e della censura. Il regista lavora ad un jidai-geki (un dramma di ambientazione storica) che viene bandito dall’amministrazione MacArthur. Di conseguenza, con i due film seguenti si occupa delle malefatte del governo giapponese prima della guerra, non avendo problemi e rientrando nelle grazie delle produzioni nazionali. È poi la volta di una commedia romantica e, subito dopo, di quello che viene ritenuto il suo primo film realmente autoriale: Drunken Angel. Nella pellicola, un yakuza movie (un film di gangster alla giapponese), troviamo già alcuni dei segni distintivi del suo stile (dalle “tendine” al cambio repentino della velocità di ripresa) ma, soprattutto, facciamo la conoscenza di un giovane attore che di Kurosawa diventerà il feticcio: Toshiro Mifune. I due lavoreranno assieme per i successivi sedici film del regista (dal 1948 al 1970). Alcuni di questi sono semplicemente belli, molti sono bellissimi (è quantomeno obbligatorio citare Rashomon, Il trono di sangue, Yojimbo, Sanjuro, La fortezza nascosta) e poi c’è un capolavoro (che può essere solamente uno, visto che la parola indica “la migliore di una serie di opere”): I sette samurai. La storia la possiamo riassumere in fretta: sette ronin (samurai caduti in disgrazia e privi di padrone) vengono assoldati da un villaggio di poveri contadini per difenderli da una banda di briganti. In mezzo, lo spettacolo della varia umanità e il senso più profondo dell’esistenza. Raccontare invece le ragioni per cui questo film è ritenuto (giustamente) una delle più grandi pellicole mai girate, è una faccenda più lunga. Troppo lunga per il piccolo spazio che ci è concesso. Per farla brevissima, possiamo dire che Kurosawa, ormai dotato di una scrittura solidissima e raffinata nel corso degli anni, sicuro dei suoi mezzi registici e della sua straordinaria tecnica di montaggio, forte dei suoi successi commerciali sul mercato nazionale e della sua caratura autoriale sul palcoscenico internazionale, ha potuto imporre le sue condizioni alle rigidissime produzioni giapponesi, mettendo in piedi la più imponente e ambiziosa opera che il cinema nipponico avesse mai conosciuto fino a quel momento. Alla base di tutto c’è lo script, così ben concepito e strutturato da diventare seminale per il cinema moderno. Poi il cast attoriale, molto ampio e popolato da alcuni dei migliori volti del cinema giapponese dell’epoca. Di seguito, le scenografie, in larga parte costruite interamente in esterni, compreso un intero villaggio contadino d’epoca Sengoku. E ancora, i costumi, maniacalmente fedeli a quelli storici ma tinti nelle maniere più assurde per ottenere il giusto contrasto nella splendida fotografia in bianco e nero del maestro Asakazu Nakai. Le coreografie degli scontri del maestro marziale Yoshio Sugino e le numerose camere da presa dotate di teleobiettivi, necessari per riprenderli da ogni angolazione nelle concitate scene di battaglie di massa. E ancora le decine e decine di comparse, i tanti cavalli (che, secondo Kurosawa, non bastavano mai), la pioggia, il fango, il fuoco. Una messa in scena mastodontica, tenuta sotto controllo da un occhio cinematografico matematico (ma dotato di una grande sensibilità e pure di un bel senso dell’umorismo) e, infine, imbrigliata dal sapiente utilizzo della moviola. Tutto questo e nulla di meno è stato necessario per fare de I sette samurai il film che oggi conosciamo, una pellicola che ha ispirato e ispira numerose generazioni di registi e che mai verrà dimenticata.

7 Motivi per definirlo un classico
La sceneggiatura, che ha definito l’archetipo di tanti momenti del cinema moderno (dal reclutamento dei membri della “banda” all’entrata in scena e presentazione dei singoli eroi).
La regia, capace di essere incredibilmente epica e spettacolare ma anche di costruire delicati momenti intimi.
Il montaggio (non è che chiamassero Kurosawa “il più grande montatore del mondo” per nulla).
La qualità della fotografia in bianco e nero.
La colonna sonora (a opera di Fumio Hayasaka).
Toshiro Mifune.
I magnifici sette (gioiello cinematografico firmato da John Sturges che del capolavoro di Kurosawa è il remake).

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