A Venezia, in un salotto affacciato sulla Terrazza dell’Excelsior, tra due poltrone d’angolo, c’è un tavolino con delle buste di tè verde, una tazza e dell’acqua calda. Charlotte Gainsbourg indossa una camicetta di seta nera e una minigonna di pelle, più corta davanti, più lunga dietro. Appoggia i gomiti sulla gambe lunghissime e si versa il tè. Più degli occhi verdi, chiari e piccoli, colpiscono la pelle bianca, le rughe sottili intorno alla bocca sporgente, che è la vera differenza del suo viso. Sono i primi giorni di settembre, ed è al Festival per presentare Tre cuori, melodramma su due sorelle innamorate dello stesso uomo (Benoît Poelvoorde): lei è l’agente del tradimento, la colpevole, mentre l’altra (Chiara Mastroianni) è la moglie mai amata. Parla in inglese ma ogni tanto un concetto la obbliga a ricorrere al francese, allora vaga con lo sguardo sul soffitto, e anche se le dico che non c’è problema, continua a pensarci. Ha espressioni di gentilezza cauta, da vera diva, ma la serenità nel rispondere di una madre allenata (di tre figli, due già teenager), e non le importa granché di nascondersi: quando punto ai film di Lars von Trier senza citarlo, agli scandali, lo chiama in causa lei, non mostra fastidio. È pura grazia, ma di molti generi: protettiva, seduttiva, violenta.

Tre cuori è un film sul destino: incontri per caso l’uomo della tua vita, dopo che ha perso il treno. Tu credi a queste cose?
«Non sono molto brava con il karma. Ma credo nelle decisioni, che vanno prese al momento giusto. Credo molto nel tempismo».

Ti è mai capitato di innamorarti in pochi minuti, come accade al suo personaggio?
«No, e non ci ho mai veramente pensato. Ma leggendo la sceneggiatura sentivo che quello del mio personaggio non era amore a prima vista. Arriva dopo un’intera notte passata a parlare, a fare esperienza l’uno dell’altra, a fantasticare. Non è solamente uno sguardo. Con Yvan (Attal, il padre dei suoi tre bambini, attore come lei, ndr) è successo qualcosa di simile. Ci conoscevamo già, ma ci siamo veramente parlati una sera a cena. E da quel momento non ci siamo mai separati. Credo che quando c’è una connessione non serva molto altro».

Cosa significa “tradimento” in una relazione? Sposare qualcuno senza amarlo come fa il protagonista? O è solo una questione di sesso?
«Vivere una vita sbagliata, o capire che non si sta con la persona giusta senza riuscire a fare niente, non è tradimento, ma debolezza. Significa non essere in grado di cambiare. Per me tradimento significa andare a letto con un’altra persona. Dire a una persona che la si ama, anche se non è così, al massimo è ipocrisia».

Ti è mai successo di lavorare a un film che, una volta completato, si è rivelato completamente diverso da quello che ti aspettavi?
«Non mi è mai capitato di pensarla in questi termini. Mi è successo di rimanere sorpresa dal risultato finale, a volte felicemente, altre meno. Ma una volta che il nostro lavoro, come attori, è completo, e le riprese sono finite, sappiamo che “lasciamo andare” il film, che non è più nostra responsabilità, perché torna nelle mani di regista e montatore. E quando mi fido ciecamente dell’autore, come mi è capitato in questo caso, mi piace liberarmi e aspettare».

Con che tipo di regista preferisci lavorare?
«Mi piacciono le personalità forti, perché rendono la lavorazione impegnativa, senza pause. Wim Wenders, per esempio, non le manda a dire. Sa essere veramente tosto. I registi hanno bisogno di molta forza per gestire tutte le persone con cui lavorano. Lo stesso vale per Asia Argento, con cui ho girato da poco Incompresa: è molto decisa, ha una grande forza di volontà». […]

(Foto: Getty Images)

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