Ci sono cinecomic che sembrano partire sotto una cattiva stella, e spesso la condanna arriva prima ancora del verdetto del pubblico. È successo di recente a The Marvels, finito rapidamente nel tritacarne del “flop” nonostante un contesto industriale complicato e una ricezione meno monolitica di quanto raccontino certi titoli, ed è successo anche al reboot dei Fantastici Quattro del 2015, travolto da una fama tossica quasi più rumorosa del film stesso. Ma se si torna indietro di qualche anno, c’è un caso ancora più emblematico: un cinecomic che quasi tutti amano odiare e che, forse, è stato giudicato con una severità sproporzionata rispetto alle sue reali colpe. Parliamo di Catwoman, uscito nel 2004 e con protagonista Halle Berry.
L’idea, sulla carta, era persino “sicura”: una star reduce dall’Oscar e già legata al mondo dei supereroi grazie agli X-Men, in un’epoca in cui il genere stava prendendo velocità tra i mutanti Marvel e lo Spider-Man di Sam Raimi. Il film, però, sceglie una strada laterale: non è la Selina Kyle che i fan avevano in mente, ma Patience Phillips, grafica della Hedare Beauty, che scopre un complotto legato a una nuova crema anti-età (la Beau-line) con effetti collaterali pericolosi. Quando viene eliminata per aver sentito troppo, Patience muore e rinasce grazie a un misterioso gatto Egyptian Mau, sviluppando abilità feline e un’energia “altra” che la spinge verso una giustizia istintiva, sporca, emotiva. Da lì, tra inseguimenti, trasformazioni e identità sdoppiate, il conflitto si concentra su Laurel Hedare e sul volto predatorio di un’industria ossessionata dall’immagine.
Al cinema andò male, molto male appello: Catwoman aveva budget riportato di 100 milioni di dollari, ma si è fermato a 82,4 milioni di incasso mondiale, finendo subito etichettato come scommessa persa proprio mentre il genere cominciava a macinare record e consenso. La critica fu impietosa e, ancora oggi, il film resta inchiodato a un 8% su Rotten Tomatoes: il consenso dei recensori recita testualmente «Halle Berry è l’unico punto luminoso, ma nemmeno lei può salvare questo risibile thriller d’azione». È una stroncatura che ha finito per diventare parte del “personaggio” del film, trascinandosi dietro anni di battute, classifiche dei peggiori e un’idea quasi automatica: se è Catwoman, allora è per forza un disastro.
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Ed è qui che la storia si fa più interessante, perché l’oblio non è mai arrivato davvero. A distanza di oltre vent’anni, Catwoman continua a riaffacciarsi ciclicamente e lo fa soprattutto grazie allo streaming, che gli permette di essere riscoperto fuori dal rumore del lancio e dalle aspettative del momento. I dati di tracciamento di FlixPatrol, aggiornati al 2 marzo 2026, indicano che il film ha avuto un nuovo picco su Netflix: è entrato nella Top 10 in diversi Paesi per due giorni e, nel complesso del mese, ha accumulato punti sufficienti per attestarsi appena fuori dalla Top 10 globale, in posizione 11.
Non è un “trionfo” che ribalta i giudizi, ma è un segnale chiaro: c’è una quota di pubblico che continua a cliccarlo, a riguardarlo e a discuterne, spesso con quell’ironia affettuosa tipica dei cult involontari. In altre parole, Catwoman non è sparito e questa persistenza suggerisce che, oltre agli evidenti limiti, nel film ci sia qualcosa che resiste al tempo — magari proprio quell’identità pop iperstilizzata e fuori canone che nel 2004 venne letta solo come errore, e che oggi, nel flusso dello streaming, può essere osservata con un filtro meno punitivo.
Ecco perché dire che il cinecomic che tutti amano odiare forse avrebbe meritato un trattamento differente non suona più come una provocazione, ma come una domanda legittima. Catwoman resta un film pieno di scelte discutibili, certo, e la sua esecuzione non sempre regge l’ambizione di reinventare un’icona; però è anche un esperimento figlio di un’epoca in cui il genere non era ancora ingabbiato da un unico standard, e in cui si poteva tentare una via più bizzarra, patinata, persino scomposta. La riscoperta ciclica nello streaming non “assolve” il film, ma lo rimette in circolo abbastanza da ricordare che l’etichetta di capro espiatorio perfetto è comoda, non sempre precisa. Forse, più che demolirlo per sport, vale la pena guardarlo per ciò che prova a essere: un cinecomic anomalo, imperfetto e rumoroso, che continua a far parlare di sé proprio perché non si è mai lasciato dimenticare.
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