Pablo Larraín è un regista in ascesa verticale, che a passo veloce sta acquistando un credito internazionale che ha pochi eguali, tanto che si fa il suo nome come probabile vincitore agli Oscar per Jackie. Ma quella per il film con Natalie Portman potrebbe non essere l’unica statuetta al suo attivo nel 2017, giacché anche il suo Neruda è stato candidato dal Cile come Miglior film straniero.

Neruda, Jackie… sceglie titoli più che essenziali il regista cileno, perché dei personaggi non vuole replicare la storia, documentare cronologicamente le vicende. Vuole catturarne il cuore, l’anima, stravolgendo anche i fatti se necessario. Anche per questo le sue storie non sono mai dilatate, ma circoscritte a brevi periodi in cui i protagonisti si trovano a vivere circostanze particolari, cruciali.

Se per la leggendaria first lady americana sono i quattro giorni immediatamente successivi all’assassinio del marito John Kennedy, per il cileno Premio Nobel è il periodo della sfida al presidente Videla (il 1948), reo secondo il poeta senatore comunista di aver fraternizzato con il governo Usa e di essere diventato troppo autoritario. Quando il governante decide di farlo arrestare per alto tradimento, Neruda (Luis Gnecco) è costretto a fuggire grazie all’aiuto di alcuni esponenti del suo partito e della moglie argentina, l’artista Delia del Carril. Durante la fuga avrà alle calcagna l’investigatore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal). Tra i due si creerà un inseguimento affascinante, degno di un film hard-boiled.

Larraín dà vita, con la complicità di Gnecco, a un Neruda imponente, dal viso tondo beffardo e la lingua tagliente. Mette in chiaro tutto la prima scena, in cui il poeta aggredisce l’inquadratura, declamando la sua critica a Videla mentre espleta i suoi bisogni. È la prima di tante suggestioni cinematografiche scagliate come frecce dal regista cileno, tra cui il giocare con registri diversi per tutto il film. Parte come un biopic politico, prosegue come un road movie in cui Garcia Bernal sembra l’ispettore di un noir anni ’50 e si conclude come un western crepuscolare sulla cordigliera delle Ande.

È stato proprio Larraín a definire il suo film un finto biopic, che mescola la Storia e l’immaginazione e che fa anzi del potere dell’immaginare il suo vero protagonista, con sequenze al limite dell’onirico, in cui i confini tra perseguitato e perseguitante  si perdono, tanto da non riuscire più a capire chi dei due ha creato l’altro. È il poliziotto che sta fornendo un patina eroica all’esule con il suo inseguire o Neruda stesso ad aver inventato la sua nemesi per potersi definire?

Neruda è un film complesso e lirico. Nulla a che vedere con una banale biografia politica su una delle figure più importanti del Novecento, quanto un film sulla passione: politica, civile, carnale quella del poeta, ossessiva e frutto del disagio e di una presuntuosa stupidità quella del detective. Il regista mette in scena lo scontro tra due personalità opposte senza mostrare preferenze per i personaggi principali rispetto ai secondari, ma facendole confondere e deflagrare nello splendido finale sulla neve macchiata di sangue, in cui è il potere dell’Arte a prevalere su tutto. Uno dei finali più intensi e suggestivi del cinema degli ultimi anni, che proclama una verità assoluta: il cinema di Larraín è pura fascinazione cinematografica.

 

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