Il futuro del fumetto italiano
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Il futuro del fumetto italiano

Con la crisi delle edicole, la caccia ai follower e la penuria di idee, la sensazione è che il nostro sia sempre più un mercato di eccezioni

Il futuro del fumetto italiano

Con la crisi delle edicole, la caccia ai follower e la penuria di idee, la sensazione è che il nostro sia sempre più un mercato di eccezioni

Zerocalcare

Ciclicamente torna sempre lo stesso discorso, e cioè: che futuro aspetta il fumetto italiano? La risposta più immediata, e anche più banale, è: nessuno lo può prevedere con certezza matematica. La risposta meno immediata, e perciò meno banale, è: dipende. E dipende da una serie di fattori, che solo in parte hanno a che fare con il fumetto e con il mercato italiano.

In passato, sempre su queste pagine, abbiamo detto che sono relativamente pochi gli autori capaci di vivere più che dignitosamente grazie al loro lavoro. Più scendiamo nella piramide del successo e della visibilità mediatica e più questo gruppo si allarga e si fa nutrito, e il fumetto si allontana da una dimensione puramente professionale e si avvicina sempre di più a una dimensione quasi amatoriale. Sono molti gli aspiranti fumettisti, ma sono pochissimi quelli che riescono a stampare le loro storie, a trovare un editore e a essere riconosciuti – più o meno – dal pubblico e dalla critica. E qui si apre una prima, fondamentale questione: quanto spazio viene dato alle novità dalla critica di settore? Quanti articoli vengono pubblicati ogni giorno per presentare e analizzare autori e autrici più o meno giovani e più o meno talentuosi?

Altro problema: dopo il boom del fumetto popolare, con una diffusione vertiginosa di personaggi, oggi è diventato estremamente difficile lanciare una nuova serie, incontrando il favore del pubblico. E questo, chiaramente, dipende dai canali distributivi. Le edicole sono in crisi, e sono veramente poche le realtà (Bonelli? Gigaciao?) che continuano a usarle come punto vendita principale. Le librerie, dopo il rinnovato successo degli scorsi anni, si stanno riorganizzando, dando sempre meno spazio al fumetto d’autore e sempre più spazio ai manga (anche se, e va detto, pure questo approccio sembra essere arrivato alla fine della sua corsa). Cosa rimane, allora? I siti? Gli shop online? Per gli editori, in un certo senso, è più conveniente, perché non devono spendere le stesse cifre che, al contrario, sono richieste dalla distribuzione fisica. Ma in questo modo rischiano di finire fuori dai radar: lontani dalle classifiche pubblicate dai quotidiani, lontani dal cuore.

E le fiere? Le grandi fiere italiane, esattamente, che cosa stanno facendo per sostenere il fumetto? (Mettiamo da parte, per un secondo, quello italiano). Invitano autori, organizzano incontri. Eppure faticano a prendere una posizione. Questa è, dirà qualcuno, politica. Ma non si può negare l’enorme crisi in cui versa il mercato. E non è solo una crisi – quella, per fortuna, ancora marginale – di vendite. È soprattutto una crisi di idee. Come si fa a chiamare sul palco della propria conferenza stampa un grosso editore e non dire nemmeno una parola sull’ennesimo aumento dei prezzi?

I lettori cercano guide, luoghi dove sentirsi ascoltati e al sicuro. E sempre più spesso vengono lasciati da soli. Ma il fumetto italiano, in tutto questo, dove si posiziona? I nomi che circolano, che vengono fatti, sono sempre gli stessi. E c’è un ricambio generazionale veramente minimo. Ma pure le modalità in cui, talvolta, questo ricambio avviene lasciano a desiderare. Gli editori – alcuni editori, precisiamo – guardano i follower su Instagram, convinti di poterli convertire in copie vendute. E non è così. E nonostante la realtà continui a ripeterglielo, loro continuano a banalizzare il talento. Si sente la mancanza di editor, di strutture. Si sente la mancanza, in particolare, di una direzione. Che cosa pubblicano le case editrici? Fumetti belli? Ma non è una linea editoriale, questa. Tutti vogliono pubblicare fumetti belli (si spera). La sensazione è che il mercato italiano stia diventando sempre di più un mercato di eccezioni: costruito sui singoli casi, sui colpi di scena, e fondamentalmente incapace di darsi una vera e propria struttura. Il tempo dei manga è finito, lo dicevamo anche prima. Le storie per bambini sembrano essere “the next big thing” (merito di Sio, sì, e di Pera Toons). Ma anche in questo caso mancano direzioni e, soprattutto, mancano editori capaci di costruire la loro offerta e di andare oltre il singolo fenomeno. Forse è arrivato il momento di ripartire, di tornare a investire sui talenti, di non sperare immediatamente nel grande successo e di darsi il tempo che serve per intrecciare un dialogo sano e duraturo con il pubblico.

Photo by Rosdiana Ciaravolo/Getty Images

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