La scuole come osservatorio privilegiato sulla Storia, e come contenitore di storie che la ramificano e ampliano. Antonello Sarno, giornalista e volto storico del cinema sui canali Mediaset, è stato negli anni ’70 uno studente del mitico Liceo Giulio Cesare di Roma, quello cantato da Antonello Venditti nel brano omonimo (Era l’anno dei mondiali, quelli dell’86, Paolo Rossi era un ragazzo come noi…), e ha deciso di tornare sui banchi di scuola per incontrare ex-alunni più o meno celebri (da Venditti stesso a Serena Dandini, passando per Marco Pannella, l’ex ministro Frattini e gli Zero Assoluto), che hanno abitato quelle aule tra gli anni ’60 e l’inizio del nuovo millennio. Le interviste, composte assieme a molto materiale di repertorio proveniente dagli archivi dell’Istituto Luce, sono diventate un documentario presentato in questi giorni al Festival Internazionale del Film di Roma.

I tre vertici del viaggio di Sarno sono il Costume, la Politica e il Privato, e il modo in cui si intersecano suggerisce riflessioni spesso destabilizzanti. La più macroscopica delle quali è verificare la distanza di esigenze e sensibilità tra gli studenti di trent’anni fa e quelli di oggi, incontrati e intervistati come contrappunto. Si verifica il modo in cui il dialogo politico, per quanto acerbo e arruffato, è stato sostituito da una disciplina non meditata o da un timido narcisismo, secondo un’omologazione che messa a stretto confronto con i sentimenti forti degli anni di Piombo, ma anche di quelli immediatamente precedenti e successivi, risulta surreale e un po’ inquietante.
La trasformazione si misura d’altra parte anche nel tenore della fama, e se gli alunni più rappresentativi degli anni ’70 sono oggi politici, magistrati e professori universitari, gli anni ’90 sono rappresentati dal Piotta e, appunto, dagli Zero Assoluto.

Ma il film non si limita ad analizzare il territorio interno alle mura della Scuola, inquadrando e dando il giusto peso anche ai luoghi che chiudevano il cerchio sociale di quel quartiere e di quegli anni, dal mitico bar Tortuga (quello davanti al quale, ricorda la Dandini, bisognava sempre fare almeno “una vasca” per farsi vedere, quasi che le ore di lezione fossero una lunga sala d’attesa per arrivare davanti ai suoi tavoli: qui, più che ovunque altro, la vita accadeva e la mentalità si formava), al celeberrimo Piper Club, dove le mode erano tenute a battesimo e i ragazzi di destra e sinistra, che litigavano per il resto della settimana, si ritrovavano in pista fianco a fianco; fino alle bische clandestine.

E poi, naturalmente, gli incroci tragici della cronaca: le stragi e gli attentati, le false piste e gli arresti, il sequestro Moro e il massacro del Circeo, ciascuno di essi restituito nell’eco che quella scuola ricreava. D’altra parte il Giulio Cesare, con la sua collocazione in corso Trieste, è sempre stato in bilico (e conteso) tra quartieri a dominante nera (Parioli) e rossa (Nomentano, San Lorenzo); rimanendo negli anni un laboratorio di poesia e impegno, sogni e ideologia, vita spicciola e massimi sistemi, che dopo le canzoni meravigliose di Venditti aveva probabilmente bisogno di una celebrazione giornalistica e cinematografica.

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Di seguito, una clip del film con il pianoforte di Antonello Venditti ad accompagnare immagini di repertorio del liceo, e una photogallery con gli scatti più belli del red carpet:

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