C’è un’immagine che chiunque abbia visto un film americano degli anni Quaranta o Cinquanta conosce a memoria: marito e moglie in pigiama che si danno la buonanotte da due letti singoli identici, separati da un comodino con l’abat-jour, come compagni di camerata in una caserma molto elegante. Nick e Nora Charles, la coppia più spiritosa e alcolica della storia del giallo creata da Hammett, nel primo Uomo ombra del 1934, dividono ancora lo stesso letto, postumi di sbornia compresi. Nel primo sequel (di molti), dormono separati. Cos’è successo nel mezzo?
Era arrivato il codice Hays ma, ancora di più, è arrivato Joseph Breen. Le regole di quello che era il codice etico del cinema americano sono abbastanza note (il bacio che può durare al massimo tre secondi, il piede che deve sempre restare a terra quando due corpi si avvicinano a un letto, i bagni rigorosamente senza water per evitare pensieri sconvenienti, e via dicendo), venne scritto da Will Hays nel 1930 ed era la risposta di Hollywood agli scandali degli anni Venti e alla minaccia di una censura di Stato, secondo il principio che era meglio autocensurarsi che farsi censurare.
Fino al 1934, però, il codice era più un vago indirizzo che qualcosa di davvero rispettato. E qui entra in gioco Joseph Breen, un grigio burocrate degli studios, autoproclamatosi censore che, con lo zelo di un cattolico irlandese e l’apertura mentale di una suora vittoriana, fece applicare a Hollywood quelle indicazioni con il pugno di ferro, trascendendo persino le indicazioni del codice stesso. E qui entra in gioco il letto matrimoniale su cui Hays era rimasto sul vago, limitandosi a chiedere che le camere da letto fossero trattate con buon gusto e delicatezza. Fu Breen a trasformare quella prudenza in divieto, e lo fece soprattutto per compiacere i censori britannici (il Regno Unito era un mercato molto importante in quel periodo) che consideravano una profanazione mostrare due coniugi sotto le stesse coperte e tagliavano senza pietà anche le scene più innocenti provenienti dagli Stati Uniti. Nacque quindi “il letto Hollywood”, due letti gemelli uniti da un’unica testiera. Tecnicamente erano due talami distinti ma, visivamente, erano uno. La parte divertente della storia è che gli americani veri, a casa loro, dormivano abbracciati nel lettone, ma quando il “letto Hollywood” arrivò nei cinema di altre nazioni, il mondo non solo si convinse che quella era la regola negli Stati Uniti, ma che era anche una cosa alla moda e moderna, al punto da emularla.
Ora, sia chiaro, il “letto gemello” non era una novità per il vecchio continente: nell’Europa dell’Ottocento i medici igienisti suggerivano che due letti separati era la maniera migliore per evitare i rischi di respirare i germi del coniuge, e per quasi un secolo questa separazione divenne la scelta di varie generazioni di coppie britanniche borghesi, celebrata come il segno di una vita di coppia moderna e progressista rispetto al lettone vittoriano, scuro, pesante, sovraccarico di drappeggi. Ma questa moda, nel 1934 era passata e dimenticata da un pezzo e a nessuno sarebbe venuto in mente di riesumarla se non fosse stato che il cinema americano aveva problemi di immagine, e la riesumò, rendendola di nuovo popolare su scala globale. Questo fino a quando, nel 1951, ci pensò Marlon Brando e Un tram che si chiama desiderio a ricordare a tutti com’è fatto davvero un letto. E a cosa serve, oltre che a dormire.
Questa sera, quando andrete a dormire, guardate la vostra camera da letto e sorridete, perché è vero che l’arte imita la vita che imita l’arte… ma certe volte è meglio di no.
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