Arthur (Fabrice Luchini) e César (Patrick Bruel) sono amici dai tempi in cui entrambi frequentavano, rigorosamente controvoglia, lo stesso severissimo collegio. Ma non potrebbero essere più diversi: Arthur è un ricercatore medico molto minuzioso, ossessionato dal rispetto delle regole; César, invece, è un guascone che non ama sottostare a nessun dettame, appena sfrattato da casa sua in seguito alla propria bancarotta. In virtù di un strano e paradossale equivoco, Arthur viene a conoscenza di una gravissima diagnosi medica ai danni di César, mentre César si convince che sia Arthur a trovarsi in punto di morte. Succede così che entrambi si prodigano in tutti i modi per assicurare all’amico una dipartita serena e felice. Sono queste le premesse narrative de Il meglio deve ancora venire, commedia drammatica d’Oltralpe in arrivo nelle sale dal 2 aprile diretta da Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, già registi di Cena tra amici. In occasione della presentazione del film alla scorsa Festa del cinema di Roma, abbiamo incontrato il co-protagonista Fabrice Luchini, attore chiave del cinema francese da almeno tre decenni a questa parte, oltre che raffinato e prolifico interprete teatrale. Luchini, che ha origini italiane (il nonno era un immigrato italiano proveniente da Assisi), è un uomo dalla simpatia ruvida, imprevedibile e corrosiva. La nostra conversazione con lui in un hotel della Capitale è inframezzata da sornioni inserti in italiano («capito», «va bene», «un tè caldo, per favore»), battute sulle notifiche ricevute sui cellulari altrui («Risponda alla sua fidanzata, non vorrei che venisse lasciato per essere venuto a parlare con me stamattina») e il piglio della sua mimica, come spesso accade nei film in cui recita, è al contempo buffo e attonito, con un sottile e malcelato velo di irruenza e provocazione.

Com’è stato coinvolto ne Il meglio deve ancora venire?
«Era la terza volta che Alexandre e Mathieu mi chiamavano e ho trovato che questo film fosse qualcosa di diverso da quelli che interpreto di solito: un film popolare nel senso buono del termine, diretto e pensato per avere successo e funzionare presso il grande pubblico. Io di solito faccio film che si muovono in una sorta di via di mezzo: raffinati, eleganti, con molte sottigliezze psicologiche. Questi elementi ci sono anche qui, anche se Il meglio deve ancora venire non è stato concepito come un esercizio intellettuale o di pensiero, ma per arrivare a tutti».

Il film deve molto alla chimica tra lei e Patrick Bruel. Come ha lavorato con lui per costruire quest’alchimia così credibile?
«Io e Bruel ci vogliamo bene e ci conosciamo da tempo ma non ci frequentiamo, siamo colleghi ma non andiamo a cena insieme una volta finite le riprese, né a mangiare l’anatra né a prendere una pizza. E questo, in fondo, è il miracolo del cinema: siamo riusciti a far credere che io e lui fossimo davvero amici anche se non lo siamo. Oltretutto i registi inizialmente avevano proposto la parte a un vero amico di Bruel di cui però non voglio fare il nome, visto che non ha accettato e alla fine per mia fortuna l’ho fatto io».
© Chapter 2, Pathé, M6 Films
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