Negli ultimi anni il genere dei medical drama sembrava aver già detto tutto: grandi successi come ER e Grey’s Anatomy hanno definito un linguaggio, mentre serie più recenti hanno provato a rinnovarlo con registri sempre più realistici o sempre più melodrammatici. Eppure, ogni tanto, arriva un titolo capace di sorprendere, superando le aspettative e conquistando il pubblico senza clamori. È il caso di Doc, approdato in sordina su Netflix e subito trasformatosi in un fenomeno: 657 milioni di minuti visualizzati in una sola settimana, un risultato che pochissime serie debuttanti riescono a ottenere.
La serie Fox nasce come adattamento americano di Doc – Nelle tue mani, uno dei più grandi successi della fiction italiana contemporanea. A sua volta, quel titolo traeva ispirazione da una storia vera: quella del dottor Pierdante Piccioni, che dopo un incidente perse 12 anni di memoria. L’edizione statunitense rilegge la vicenda con sensibilità e toni propri, costruendo una protagonista complessa e sfaccettata.
Molly Parker presta il volto alla dottoressa Amy Larsen, ex primario di medicina interna del Westside Hospital. A causa di un trauma cranico, Amy non ricorda gli ultimi otto anni della sua vita: un vuoto enorme che la catapulta in un presente che non riconosce. Ciò che per lo spettatore può sembrare un semplice espediente narrativo diventa invece il fulcro emotivo della serie: Amy scopre che il suo matrimonio con Michael (Omar Metwally) è finito, che i rapporti con alcuni colleghi si sono incrinati e che il dolore più grande — la perdita del figlio — appartiene a un tempo che lei non ricorda, ma che continua a perseguitarla.
La struttura degli episodi segue in parte quella del medical procedural classico: casi clinici, emergenze, dilemmi etici e dinamiche ospedaliere. Ma a differenza di molti titoli dello stesso genere, Doc usa ogni caso come tassello per raccontare qualcosa di più grande: la ricostruzione di un’identità spezzata.
Le relazioni di Amy con gli altri personaggi — dal carismatico Dr. Jake Heller (Jon Ecker) all’ambigua ma leale Dr. Gina Walker (Amirah Vann) — non sono semplici sottotrame, ma veri e propri capitoli di una storia che parla di perdono, di seconde possibilità, di ciò che resta quando si perde tutto ciò che si era. Il cast giovane, guidato da Patrick Walker e Anya Banerjee, completa un ensemble costruito con cura, privo di ruoli riempitivi. Ogni personaggio porta con sé una contraddizione, un dolore, un segreto.
La ragione per cui Doc funziona così sorprendentemente bene è però una sola: Molly Parker.
L’attrice canadese, già apprezzata in serie come Deadwood, House of Cards e Lost in Space, trova qui uno dei ruoli più intensi della sua carriera.
Il suo lavoro è duplice: interpretare la dottoressa Larsen del presente — fragile, disorientata ma determinata — e, attraverso i flashback, restituire al pubblico un’altra Amy, più dura, più competitiva, più spigolosa. Due versioni della stessa donna che non si ricordano l’una dell’altra e che Parker tratteggia con una precisione emotiva impressionante.
Grazie alla sua performance, ciò che sulla carta potrebbe sembrare un classico medical da prime time diventa invece un racconto umano molto più profondo, a tratti straziante, a tratti luminoso.
Fonte: Collider
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