È un piovoso mercoledì di giugno quando raggiungiamo il Soho Hotel di Londra per la presentazione di Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie. Dobbiamo incontrare l’uomo che contribuisce, da più di un decennio, a cambiare la nostra percezione del concetto di attore, scomparendo (letteralmente) nei suoi personaggi. E infatti, se citate Andy Serkis, la maggior parte della gente non sa che faccia abbia: è il paradosso a causa del quale, a dispetto delle interpretazioni di culto (vedi alla voce Gollum), Hollywood fa fatica a riconoscere il suo talento sopraffino, magari con una nomination all’Oscar. Serkis ha contribuito ad Apes Revolution anche produttivamente, attraverso The Imaginarium, la società da lui fondata insieme con Jonathan Cavendish e specializzata nel lavoro con la performance capture. Lo studio, che ha base a Londra, ha molti progetti in cantiere: tra questi l’adattamento cinematografico di La fattoria degli animali di George Orwell. La pellicola avrebbe dovuto rappresentare il debutto dietro la macchina da presa per Serkis, che ha però dovuto posticipare, dopo aver accettato di dirigere Il libro della giungla.
Incominciamo con Apes Revolution. Alla fine del film precedente Cesare stava guidando il branco alla conquista di San Francisco.
«La storia è ambientata dieci anni dopo. In questo nuovo mondo post-apocalittico le scimmie sono la maggioranza rispetto ai pochi esseri umani sopravvissuti. Il virus è riuscito a diffondersi, decimando la popolazione. Matt Reeves, il regista, non voleva raccontare subito il trionfo dei primati e la loro definitiva conquista della Terra: non era interessato a mostrarli al massimo della loro evoluzione, già in grado di parlare e fare discorsi complessi. E sono d’accordo con questa scelta, perché ci ha permesso di esplorare un altro momento, molto più di transizione. Cesare guida una comunità di scimmie intelligenti ed evolute che lo riconoscono come loro capo e, dunque, gli obbediscono. È una società che funziona alla perfezione, almeno fino a quando qualcosa arriva ad interromperne questo nuovo equilibrio».

Dalle tue parole ci sembra di capire che sei schierato dalla loro parte.
«Non posso rispondere a questa domanda! Ma la questione centrale è questa: gli esseri umani da una parte e le scimmie dall’altra riusciranno mai a convivere pacificamente? Poi, certo, il viaggio di Cesare è il centro emozionale della storia, almeno dal mio punto di vista».

Insomma, assisteremo ad una battaglia epica.
«Sì, anche se non è una storia di guerra».

E come la definiresti?
«Secondo me parla, piuttosto, di pace, domandandosi come si possa evitare il confitto, empatizzando con chi dovrebbe essere nemico. Si esplorano i temi della famiglia e del pregiudizio, da entrambe le parti».

Hai parlato di famiglia. Significa che verrà raccontato anche il modello di famiglia delle scimmie?
«Certo, a cominciare da quella di Cesare». […]

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