Ma tu te lo ricordi la prima volta che hai incontrato il film della tua vita? Non il più bello, non quello che secondo te è fatto meglio: proprio quello della “tua vita”? E davvero ne ricordi solo uno? Diciamo che io ne ricordo almeno tre. Però il primo, la prima volta che succede, non la scordi proprio mai.
La prima volta che ho visto Tutta colpa del paradiso avrò avuto sei anni. Era l’epoca del Lunedì Film, di Lucio Dalla, degli Stadio, della pellicola che svolazzava come un gabbiano e della Tv che avevamo noi a casa che non aveva il telecomando e si poteva solo cambiare direttamente dalla scocca. I telecomandi umani eravamo io e mio fratello, e lo so che a voi sembra archeologia pura, ma vi assicuro che quel Telefunken funzionava così. Il lunedì era così, sacro, tutti e quattro sul divano a sorbirci il film che decideva Rai Uno per noi. Perdevamo molto meno tempo a scegliere ed eravamo praticamente sempre soddisfatti. Quella sera, quel lunedì, ci sediamo in quattro sul nostro divano biposto, con mio padre che si ritrovava ciclicamente con una chiappa fuori dopo tre minuti e per terra dieci minuti dopo, prima che cominciasse a russare all’incirca al momento dell’evento dinamico della storia, che prassi vuole piazzato al quarto d’ora e che un calcetto di mia madre lo svegliasse a fine primo tempo per mandarlo a dormire, visto che stava russando profondamente. Quel lunedì preciso, però, nessuno dormì.
Una scala discendente di un pianoforte sconosciuto partiva e finiva dritta al cuore con un riff di piano che sarebbe restato imperituro girando tra i miei ventricoli e colpendo forte lo stomaco come nemmeno un pugno forte-forte di quelli che mio fratello avrebbe voluto darmi, ma non riusciva. Non capii tutto il film, forse non ne capii nemmeno metà. Mi rimase per sempre il sorriso del protagonista, che si chiamava Romeo, e il Paradiso. Era quello il paradiso? Io ero un bimbo che stava al mare, il massimo della “montagna” era il Castel Del Monte, quei paesaggi, quelle atmosfere, quei silenzi, quello: “Spegni la sigaretta o ti vedrà lo stambecco bianco!”, e tutta quella neve, quel freddo, quegli elicotteri. “Allora è così il paradiso?”, chiedevo a mia madre, che intanto cercava di darmi una formazione religiosa che non smetterò mai di maledire e benedire contemporaneamente, perché la religione va così, è fatta di contraddizioni. “Non lo so”, rispondeva mamma. “Forse”. Mio padre, intanto, dormiva. Era quello il suo massimo esempio. Fu un colpo di fulmine. Non sapevo cosa avessi visto, ma sapevo che era quello che volevo fare. Cosa? Boh! Però era bello. È il primo film di cui ho ricordo nella mia vita. Il più bello? Non scherziamo. Non dimenticherò quei dieci incontri al Centro Sperimentale dove il professor Flavio De Bernardinis, l’uomo a cui devo TUTTO quello che so sul cinema, ci fece vedere sul grande schermo Quarto potere, La finestra sul cortile e da lì in giù ovviamente. Ma quel primo film, quello lì, quella sensazione, l’ho rivissuta solo 30 anni dopo, quando ho visto Lei che scostava una ciocca bionda dal naso con indice e medio della mano destra, con la grazia che solo Lei può avere prima di infilare il naso in quel bicchiere di bollicine bianche tenuto con la sinistra ed esplodere in una risata così forte che riempiva quel locale così piccolo sui Navigli a Milano.
Forse era quello il paradiso, chissà. Forse io ero Romeo, ed era tutta colpa sua. Non lo saprò mai più. So solo una cosa e no, non è dove sia finito quel Telefunken coi tasti dei canali sulla scocca che tanto ho infamato da bambino, ma so benissimo dove è finito quel divano lì. Ha resistito a tutti i traslochi, a tutti i tappezzieri che ci hanno voluto mettere le mani, a tutte le notti passate in bianco davanti alla Tv, a tutti i gelati e ai panzerotti e a tutte le nuove piattaforme grazie a cui sbuffiamo tanto prima di trovare qualcosa da vedere. È ancora lì, al centro di casa di mamma e papà. Mio fratello, per ripicca, se ne è comprato uno da diciotto sedute e chaise longue (o come si scrive) e posto anche per i pop corn. E forse per questo, quando torna a casa, c’è un solo posto dove riesce davvero a dormire. Quel divano sgangherato su cui dormiva quando aveva l’età che adesso ha suo figlio. O quando ci si addormenta mio nipote e io sto lì a osservarlo, e pensare, ricordare, riabbracciare. E amare. Chissà, forse è questo il paradiso. Ed è davvero, tutta colpa sua.
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