Salvate il soldato Ryan, Prova a prendermi, The Terminal… L’accoppiata Spielberg-Hanks ha fatto la storia del cinema non meno di Scorsese-De Niro o Burton-Depp, e oggi torna protagonista con un racconto tratto da eventi realmente accaduti, ambientato negli anni della Guerra Fredda: la vicenda di un avvocato che organizzò lo scambio tra una spia russa e un pilota americano, catturato in Unione Sovietica. Per girarla, il regista di Duel e Indiana Jones ha addirittura sospeso il progetto fantasy a cui stava lavorando (ovvero Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, in uscita nel 2016), conquistato da una miscela di cinema di genere e verità dei fatti che è oltretutto legata, come vedremo, a un evento che coinvolse la sua famiglia. Durante la nostra chiacchierata con zio Stevie, abbiamo però parlato anche di nuove tecnologie e di come 
esse influenzeranno il cinema nei prossimi anni.

Best Movie: Cosa spinge te e Tom Hanks a collaborare così spesso?
Steven Spielberg: «Penso che Tom sia uno dei più grandi attori del mondo. Il ponte delle spie è il nostro quarto titolo insieme, senza contare le miniserie che abbiamo prodotto (Band of Brothers – Fratelli al fronte, The Pacific), quindi c’era già familiarità tra noi e non abbiamo avuto bisogno di un periodo di assestamento. Per me questo è un lusso. Dopotutto eravamo amici stretti ancor prima della nostra prima pellicola insieme, lui è anche il padrino di uno dei miei figli. La domanda era se potessimo passare da amici a colleghi, e poi restare amici. Temevamo di litigare e di non essere d’accordo su alcune cose, ma non è mai successo. È come se condividessimo lo stesso cervello!».

BM: Cosa ti affascinava di questa storia vera?
SS: «Adoro il genere spionistico, ma non volevo fare uno spy movie classico. Stavo sviluppando Il GGG – Il Grande Gigante Gentile quando il drammaturgo Matt Charman è venuto da me parlandomi di questa vicenda. E l’ho trovata così coinvolgente che ho rallentato il progetto su cui stavo lavorando per tuffarmi nel mezzo della Guerra Fredda e raccontarla».

BM: Com’è stato, da bambino, crescere in quel periodo storico?
SS: «Conoscevo già Gary Powers (il pilota protagonista dello scambio, ndr) perché mio padre si recò in Russia per lavoro nel 1960, ed ebbe modo di vedere ciò che rimaneva dell’U2 e di scattare fotografie dei resti dell’aereo, nel luogo in cui si era schiantato. Ma mentre si trovava in fila sul posto, assieme a tre colleghi, alcuni militari russi li avvicinarono e gli chiesero i passaporti. Accortisi che erano americani, li fecero allontanare dalla fila, gli indicarono l’U2 e gli gridarono: «Guardate cosa ci sta facendo il vostro paese!». Lo ripeterono più volte prima di restituirgli i passaporti. Non ho mai dimenticato quella storia».

BM: Gli elementi storici rendono Il ponte delle spie uno spy movie originale?
SS: «In verità io amo le commedie spionistiche, come Il nostro agente Flint, ma ci sono anche ottimi film classici come La spia che venne dal freddo – il mio preferito –, Quiller Memorandum o Ipcress. Anche i film di Bond sono spy movie. Ma Il ponte delle spie è diverso, segue la Storia e non un romanzo. C’era qualcosa nel modo in cui questo avvocato americano viene portato via dalla sua comfort zone e gettato nel mezzo della Guerra Fredda, che mi ha coinvolto e ha spinto me e Tom a dire sì».

BM: Nel film Donovan, l’avvocato interpretato da Tom Hanks, è dipinto come un eroe americano, nonostante – anzi, proprio perché – difenda una spia russa.
SS: «Negli Stati Uniti abbiamo metodi differenti da quelli dell’ex Unione Sovietica. Donovan parla di un regolamento, la Costituzione, che dà a tutti gli stessi diritti di fronte alla legge, e quindi protegge i cittadini stranieri. Sappiamo che come nazione non seguiamo sempre le regole, ma Donovan lo faceva, incarnando i nostri valori fondamentali».

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