Paolo Bonolis che legge il giornale Chi in Commediasexy, Massimo Boldi e Vincenzo Salemme alle prese coi telefonini Vodafone in Olè, Luca Argentero e Violante Placido che si scambiano Baci Perugina in Lezioni di cioccolato : in due parole product placement. Ovvero la pratica che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, di inserire prodotti pubblicitari all’interno del film stesso. Un’abitudine che in realtà è assai più datata dell’entrata in vigore della legge Urbani del 2004 che l’ha resa legale e che è spiegata proprio questo mese in maniera dettagliata dalla rivista Business People , che sul suo numero di febbraio ha pubblicato l’inchiesta “Se a recitare è il prodotto”. «C’è un certo stupore intorno al product placement», ha commentato Andrea Lazzarin, direttore marketing di Medusa, « ma possiamo già considerarlo come una struttura ampiamente entrata nella prassi per lo start-up di un film». Una pratica che funziona se applicata con determinati criteri, come precisa Marco Chimenz, socio fondatore della casa di produzione romana Cattleya: «Non deve essere “sporcato” il senso della storia. Non bisogna interrompere l’emozione della visione di un film. Più che il “peso” del prodotto è il modo in cui si inserisce il prodotto a dare risultati più o meno efficaci; è la coerenza con la storia della pellicola. In questo senso giudico Cast Away di Robert Zemeckis un vero capolavoro. Viceversa, dei casi di placement riferiti a prodotti pur “poco ingombranti”, se non ideati con questi presupposti rischiano l’effetto inverso».

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