Quando ci si trova di fronte a un film di Peter Greenaway non si può fare a meno di ripensare al suo background da pittore. Certe inquadrature del suo ultimo film Goltzius and the Pelican Company, distribuito da Lo scrittoio e Mare mosso, ricordano dei tableau vivants di gusto barocco ispirati all vecchie storie della Bibbia. Tema di fondo: i grandi tabù infranti dalla tradizione biblica (incesto, fornicazione, pedofilia…): Loth con le sue figlie, Adamo ed Eva, Davide e Betsabea, Putifarre e sua moglie, Sansone e Dalila, Salomè e Giovanni Battista.

Il regista gallese è uno scardinatore delle convenzioni drammaturgiche e della morale: a livello formale miscela i quadri viventi alla tecnologia digitale, fondendo artigianato e hi-tech, effetti ottici e grande affresco in costume; a livello contenutistico, invece, avventa la sua scure sulla morale cattolica con un’opera in bilico tra grevità, ironia e spudoratezza. C’è poi ben evidente una riflessione sulla mercificazione dell’artista da parte dei vari mecenati di turno, imcarnati qui dal Margravio che pretende dall’incisore barocco Goltzius la rappresentazione dal vivo delle sue tavole.

La pittura, oltre che parte del suo background, è oggetto dei suoi film dedicati a Rembrandt e Goltzius (Nightwatching e Goltzius and the Pelican Company). Come mai ha scelto proprio questi pittori?
«Ho scelto Rembrandt e Goltzius perché sono stati due grandi outsider, due artisti rivoluzionari e due grandi innovatori. Chiuderò questa trilogia sui pittori fiamminghi con un film dedicato a Bosch».
Sesso e morte ricorrono nei suoi film. Come mai?
«La vita ha sempre a che fare con il sesso e con la morte. Eros e Thanatos sono le grandi energie propulsive dell’esistenza. Che senso ha raccontare altro, quando tutto parte da lì?».
Dice da un po’ che il cinema sta morendo e che noi italiani abbiamo lasciato morire il nostro che era il più bello del mondo. Ha visto La grande bellezza? Cosa ne ha pensato?
«Il cinema sta morendo, è un dato di fatto. Quello italiano, che è stato il più grande di tutti, non esiste più. Come siate riusciti a perdervi così, per me è davvero un mistero. Ho visto La grande bellezza e ci ho rivisto Fellini dentro, ma il mio è discorso più ampio. Quando l’arte soccombe alle leggi del marketing e del profitto, produrre un’opera d’arte degna di questo nome diventa praticamente impossibile».
Come mai una persona così amante della pittura e dell’arte in senso classico come lei, ha usato così tanti artifici digitali nel suo film?
«Adoro la grande democratizzazione che la tecnologia ha reso possibile: con un telefonino, una telecamera per fare le riprese, un computer per montare i contenuti, possiamo diventare tutti dei filmmaker. Alla base, però, ci deve sempre essere qualcosa di importante e vero da dire, ma soprattutto di bello. La grande bufala del cinema occidentale è la necessità di avere una storia attorno alla quale far girare attorno gli avvenimenti. C’è una sopravvalutazione eccessiva del plot e dell’intreccio. Non è un mistero che io abbia sempre cercato per tutta la mia carriera di smontare questo meccanismo».
Il sesso, oggi, alla luce della spudoratezza di quanto viene trasmesso dai media oggi giorno, della facilità con cui si può accedere a YouPorn e siti simili, ha ancora bisogno di essere liberato?
«
Soprattutto, in un Paese come il vostro, dove il Vaticano è così influente. Mi ha sempre sconcertato il ruolo della donna nella religione cattolica. Ci sono solo due dimensioni che le sono consentite: quella della donna-madre e quella della prostituta. La sua vera identità è stata soppressa. Il piacere sessuale le è negato».

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