Il successo di Monster: La storia di Ed Gein è la prova del più grande problema irrisolto del true crime
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Il successo di Monster: La storia di Ed Gein è la prova del più grande problema irrisolto del true crime

Il nuovo capitolo della serie di Ryan Murphy domina su Netflix, ma il modo in cui racconta l’orrore rivela una verità scomoda

Il successo di Monster: La storia di Ed Gein è la prova del più grande problema irrisolto del true crime

Il nuovo capitolo della serie di Ryan Murphy domina su Netflix, ma il modo in cui racconta l’orrore rivela una verità scomoda

il poster di Monster: The Ed Gein Story

L’uscita di Monster: La storia di Ed Gein su Netflix ha riportato al centro del dibattito uno dei temi più controversi della cultura pop contemporanea: la nostra ossessione per i serial killer. Dopo aver trasformato in fenomeni globali le stagioni dedicate a Jeffrey Dahmer e ai fratelli Menendez, Ryan Murphy continua la sua esplorazione del male reale con un nuovo capitolo, che racconta la vicenda del criminale di Plainfield, l’uomo che ispirò icone dell’horror come Leatherface e Buffalo Bill. Anche questa volta, il successo è stato immediato. Ma dietro i numeri da record, Monster: La storia di Ed Gein nasconde un problema che il genere true crime non sembra in grado di risolvere: la tendenza a romanticizzare chi uccide e dimenticare chi subisce.

La serie, interpretata da Charlie Hunnam e Laurie Metcalf, è stata accusata di umanizzare eccessivamente Gein, dipingendolo come un uomo fragile, segnato da una madre fanatica e da un destino crudele, piuttosto che come il carnefice brutale che fu. Alcune licenze narrative – come la relazione inventata con Adeline Watkins o l’assurda idea di una collaborazione con l’FBI per catturare Ted Bundy – trasformano un assassino reale in un personaggio quasi redento. Invece di interrogarsi sull’orrore, la serie finisce per attenuarlo, alimentando quella curiosità morbosa che da anni sostiene il successo del true crime.

Ed è qui che risiede la vera contraddizione: mentre nella realtà i casi di serial killer sono diminuiti di oltre l’80% dagli anni Settanta, la loro presenza sugli schermi non è mai stata così forte. Le piattaforme continuano a investire su figure disturbanti, mettendo in secondo piano le vittime e la complessità del trauma. Hollywood, in altre parole, continua a rendere il mostro più interessante della sua umanità perduta.

Qualcosa, però, sta cambiando. Serie recenti come Devil in Disguise: John Wayne Gacy hanno ribaltato la prospettiva, raccontando ogni episodio attraverso la vita delle vittime, restituendo loro centralità e dignità. È la dimostrazione che un’altra strada è possibile: il pubblico non chiede solo sangue o scandalo, ma storie capaci di spiegare il male senza celebrarlo.

Monster: La storia di Ed Gein resta un prodotto potente, ma anche un simbolo del limite del genere che rappresenta. Finché continueremo a cercare empatia nel volto del carnefice invece che in quello delle sue vittime, il true crime resterà prigioniero del suo più grande paradosso: quello di trasformare l’orrore in intrattenimento.

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Fonte: Collider

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