Per certe cose il colore è troppo realistico, sfacciato. E d’altro canto, due dimensioni non sono abbastanza per catturarne le sfuggenti sensazioni. Ecco perché One More Time with Feeling è girato in bianco e nero e in 3D, con una macchina da presa che, soprattutto nelle prime sequenze, fatica a mettere a fuoco chi le sta davanti, e gira a vuoto, titubante, insicura, rifilmando più volte lo stesso ciak.
Il dolore per la morte di un figlio 15enne è qualcosa di irraccontabile. Già a scrivere questa frase la retorica cannibalizza e uccide ogni tentativo di restituire in una recensione la devastante bellezza del documentario di Andrew Dominik su Nick Cave (uno dei musicisti più puri e incasellabili degli ultimi decenni), ma è da questo presupposto che parte tutto. Dopo la tragedia che l’ha colpito quando era nel mezzo della lavorazione del disco Skeleton Tree nel luglio 2015, il cantautore chiede a Dominik di realizzare un film-confessione che accompagnasse l’uscita dell’album: non voleva affrontare la stampa, rilasciare interviste, ma dare, una sola volta, delle risposte – o meglio dei tentativi di risposta – alle domande che tutti si facevano. Cave vuole rispondere a modo suo, dunque non raccontando la sua storia ma componendo suggestioni, note, immagini: «Non credo più nelle narrazioni, la vita non può essere narrazione, perché la vita non ha un lieto fine» è la dichiarazione d’intenti dello stesso cantante. Così, come accade nel disco, anche in  One More Time with Feeling il dramma non è mai narrato, esplicitato, ma la sua eco risuona, ineluttabile, ovunque. L’elaborazione del lutto attraverso l’arte è per Cave un atto di sopravvivenza, e Dominik (regista di L’assassinio di Jesse James) lo filma con un pudore commovente che, strano ma vero, non fa a calci con il suo elegante formalismo.

Come i grandi documentaristi sanno fare, Dominik si avvicina lentamente, con rispetto, al cuore del dolore, lascia spazio alle ipnotiche performance, e bisogna arrivare a quasi due terzi del film per sentire quell’“evento così catastrofico” chiamato col suo nome, per sentire pronunciare il nome di Arthur per la prima volta. Per quanto lo stile sia estetizzante, costruito nel volteggiare della camera, nel suo attraversare fessure nei muri e liberarsi in volo in cielo, nel suo attorcigliarsi su stessa, nei suoi grandangoli che smussano gli angoli e deformano l’inquadratura, nei suoi carrelli circolari che abbracciano le esibizioni al pianoforte, questa messa in scena invadente, questo virtuosismo registico, non offusca o toglie verità alle immagini. Ne abbiamo la prova nella scena in cui entrano in campo per la prima volta la moglie Susie e il figlio Earl: lei bellissima, timida, riluttante, misteriosa, che si nasconde dietro i capelli neri («gli uomini sono così bidimensionali, le donne sono fottutamente 3D» sintetizza Nick) e lui solo apparentemente più a suo agio, chissà quanto consapevole del suo essere la copia vivente dell’assenza del fratello gemello. Su di loro Nick spalanca il suo abbraccio a volo d’angelo (con quella gestualità così teatrale che rende unici i suoi concerti) e li avvolge: un’immagine di rara dolcezza e intimità. Come molto vera, intima, del resto, è la fotografia del rapporto con Warren Ellis, ormai vero alter-ego artistico di Cave.

Nel vuoto pneumatico della morte che solo la musica riesce a riempire e che qui il 3D rende in qualche modo tangibile (anche nella fatica dello spettatore durante la visione con gli occhialini; un effetto “stordente” che ricorda un po’ quello del teatro-danza della Bausch filmato da Wim Wenders in Pina 3D), non mancano riflessioni importanti su come il dolore sia troppo spesso romanticamente dipinto come il motore dell’arte quando invece può diventare un macigno al piede della creatività; ma ci sono anche momenti di estemporanea ironia, si veda quando Nick racconta dell’ossessione della moglie di spostare, a sorpresa, i mobili di casa. Se con 20.000 giorni sulla terra – precedente doc sul cantante – eravamo entrati nella quotidianità della vita Cave, con One More Time with Feeling abbiamo esperienza del suo incontro, e della sua convivenza, con la morte. «Viviamo, amiamo, mangiamo, lavoriamo, cresciamo, ci estendiamo come degli elastici, andiamo di nuovo avanti ma poi qualcosa ci riporta all’evento, di scatto. E questo è il trauma». Un trauma che può essere incorniciato solo in un’inquadratura vuota, quella che si vede nel finale in One More Time with Feeling.

Dopo essere stato presentato in anteprima al Festival di Venezia, One More Time with Feeling esce nei cinema solo il 27 e 28 settembre.

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