Il vero eroe di questo horror rivoluzionario uscito 13 anni fa è sempre stato davanti ai nostri occhi (ma non ce ne siamo mai accorti)
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Il vero eroe di questo horror rivoluzionario uscito 13 anni fa è sempre stato davanti ai nostri occhi (ma non ce ne siamo mai accorti)

Tra visioni allucinate e cliché sovvertiti, un personaggio marginale riesce a sfuggire al controllo e a cambiare per sempre le sorti della storia

Il vero eroe di questo horror rivoluzionario uscito 13 anni fa è sempre stato davanti ai nostri occhi (ma non ce ne siamo mai accorti)

Tra visioni allucinate e cliché sovvertiti, un personaggio marginale riesce a sfuggire al controllo e a cambiare per sempre le sorti della storia

Una scena dal film horror Quella casa nel bosco

A tredici anni dalla sua uscita, Quella casa nel bosco continua a essere uno degli horror più intelligenti e sovversivi degli ultimi decenni. Dietro la facciata da slasher movie, il film scritto da Drew Goddard e Joss Whedon si rivela infatti una sofisticata riflessione sul genere, capace di giocare con i cliché per smontarli dall’interno. E in questo meccanismo di decostruzione narrativa, il personaggio che più sorprende non è la final girl, né l’atleta coraggioso: è Marty, il “fool”, lo stoner paranoico che tutti sottovalutano. Il vero eroe nascosto in bella vista.

Marty Mikalski, interpretato da Fran Kranz, incarna l’archetipo dell’amico fatto e fuori di testa, destinato a morire per primo in qualsiasi film horror. Eppure Quella casa nel bosco lo trasforma nella figura più lucida della storia. Fin dall’inizio, Marty percepisce che qualcosa non va: mette in discussione le scelte del gruppo, osserva gli atteggiamenti manipolati degli amici, si insospettisce per i comportamenti inspiegabili. La sua paranoia, alimentata da abbondanti dosi di marijuana, si rivela essere fondata. In un mondo manipolato da una misteriosa organizzazione che orchestra i rituali per salvare l’umanità dai “Vecchi Dei”, è proprio il suo spirito critico – alimentato dal suo essere outsider – a salvarlo.

Marty non è immune solo agli zombie e ai mostri, ma lo è soprattutto al sistema. La sua pipa-bong si rivela uno scudo simbolico contro le sostanze chimiche usate dall’organizzazione per trasformare i protagonisti in pedine docili. Laddove gli altri cedono ai cliché del genere (la ragazza trasformata in seduttrice, il campione che si comporta da idiota), lui resiste. È il solo a mantenere una visione limpida della realtà e a intuire la verità dietro lo scenario da incubo. Perfino quando viene dato per morto, Marty torna in scena per salvare Dana e ribaltare le sorti del rituale.

Ma il colpo di scena più radicale del film è la sua scelta finale. Quando il direttore dell’organizzazione (Sigourney Weaver) gli rivela che la sopravvivenza del mondo dipende dal sacrificio del gruppo, Marty si rifiuta: non accetta che la vita di pochi debba essere barattata per il bene collettivo, soprattutto se imposto da forze cieche e mostruose. Insieme a Dana, accoglie l’apocalisse come un atto di ribellione. È in quel gesto che il fool diventa eroe: nel rifiuto di una morale distorta, nell’affermazione della libertà e della coscienza individuale.

Quella casa nel bosco è un film che lavora per opposizioni: tra realtà e finzione, tra controllo e libero arbitrio, tra chi guarda e chi agisce. E nel cuore di questo labirinto concettuale, Marty è la chiave. Non solo sopravvive, ma è colui che smaschera l’inganno e rifiuta di giocare secondo le regole. Il suo eroismo non è tradizionale: è un atto di consapevolezza. Per questo, anche a distanza di anni, la sua figura resta memorabile.

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Fonte: CBR

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