Il western è stato a lungo il territorio degli uomini. Uomini a cavallo, uomini armati, uomini soli davanti all’orizzonte, uomini chiamati a difendere una casa, una terra, una legge o semplicemente il proprio nome. Da John Wayne a Clint Eastwood, il genere ha costruito una parte enorme della sua mitologia attorno a figure maschili granitiche, spesso silenziose, quasi sempre costrette a misurare il proprio valore con la violenza. Ci sono state eccezioni decisive, naturalmente. Una delle più celebri resta Johnny Guitar, il film del 1954 diretto da Nicholas Ray con Joan Crawford, che già allora metteva al centro una donna capace di contendere agli uomini spazio, potere e immaginario. Ma molti anni dopo, lontano dai colori accesi e dal melodramma incendiario di quel classico, un altro western ha rilanciato quell’ambizione in una forma molto più cupa, spietata e sottovalutata: The Homesman.
Diretto da Tommy Lee Jones e presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2014, The Homesman è un film che prende il western e lo costringe a guardare dove il genere ha spesso preferito non soffermarsi: non sulla conquista eroica della frontiera, ma su ciò che quella stessa frontiera lascia addosso ai corpi e alla mente delle donne. Il film, tratto dal romanzo di Glendon Swarthout, è ambientato nel Midwest dell’Ottocento e ha come protagonista Mary Bee Cuddy, interpretata da Hilary Swank. Mary Bee ha 31 anni, vive sola in una comunità religiosa del Nebraska ed è una donna indipendente, concreta, capace. Proprio per questo viene scelta per un incarico che nessun uomo sembra disposto o adatto ad assumersi: riportare verso Est tre donne che hanno perso la ragione dopo essere state schiacciate dalla durezza della vita pionieristica.
Nel western classico si va spesso verso Ovest, verso la promessa della terra, della libertà, del futuro. Qui invece il viaggio procede nella direzione opposta: dal Nebraska verso l’Iowa, dalla frontiera verso una possibilità di cura, rifugio e sopravvivenza. Mary Bee attraversa un paesaggio ostile con tre donne ferite da lutti, isolamento, maternità traumatiche e violenze che il film non trasforma mai in spettacolo consolatorio. Sul suo cammino incontra George Briggs, un vagabondo interpretato dallo stesso Tommy Lee Jones, che lei salva dall’impiccagione e convince ad accompagnarla. La dinamica tra i due non cancella mai la centralità della protagonista: Briggs è un alleato imperfetto, spesso rozzo e opportunista, mentre Mary Bee resta il cuore morale e tragico della storia.
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Il cast è uno dei motivi per cui il film avrebbe meritato molta più attenzione. Accanto a Hilary Swank e Tommy Lee Jones ci sono Meryl Streep, Hailee Steinfeld, John Lithgow, James Spader, Miranda Otto, Grace Gummer e Sonja Richter. Eppure The Homesman non è mai diventato un titolo popolare quanto il suo pedigree avrebbe potuto far pensare: ha incassato circa 8,2 milioni nel mondo, rimanendo quindi lontano da un vero successo commerciale. Anche l’accoglienza del pubblico è stata più fredda di quella critica: Rotten Tomatoes registra un 81% di giudizi positivi della critica, ma solo il 53% nel Popcornmeter del pubblico.
È proprio questa distanza tra critica e pubblico a rendere interessante la sua riscoperta. The Homesman non cerca il piacere rassicurante del western tradizionale. Non offre un’epica facile, non costruisce una vendetta liberatoria, non fa della protagonista una pistolera invincibile. Al contrario, mostra una donna forte dentro un mondo che non sa cosa farsene della sua forza. Mary Bee è religiosa, determinata, generosa, ma anche sola in un modo quasi intollerabile. Chiede alla vita una forma minima di riconoscimento, e il film ha il coraggio di raccontare quanto poco quel mondo sia disposto a concederle.
La critica lo ha riconosciuto con chiarezza. Il consenso raccolto da Rotten Tomatoes lo definisce un western «tradizionale ma in qualche modo progressista», mentre molte recensioni hanno sottolineato la prova di Hilary Swank, capace di costruire Mary Bee senza retorica, attraverso una miscela di fermezza, pudore e disperazione. Anche Cannes ne aveva certificato l’ambizione, inserendolo nella competizione ufficiale. Ma The Homesman resta ancora oggi un titolo citato meno di quanto meriterebbe quando si parla di western moderni e, soprattutto, di western al femminile.
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Il punto è che il film di Tommy Lee Jones non si limita a mettere una donna al centro della scena. Fa qualcosa di più doloroso e più importante: rilegge la frontiera come un luogo che ha chiesto alle donne un prezzo altissimo, spesso invisibile nella grande mitologia americana. In questo senso, The Homesman è un western al femminile non perché sostituisce semplicemente un eroe uomo con un’eroina donna, ma perché cambia la domanda di partenza. Non chiede chi sia abbastanza forte da conquistare il West. Chiede chi sia sopravvissuto davvero a quella conquista, e a quale costo.
Per questo merita di essere riscoperto. Perché è un film severo, imperfetto solo nella misura in cui rifiuta ogni comodità, ma potentissimo nel modo in cui spoglia il western della sua leggenda e lo lascia davanti alla sua verità più dura. In un genere dominato per decenni da uomini che guardavano l’orizzonte come una promessa, The Homesman sceglie lo sguardo di una donna che quell’orizzonte lo attraversa portando con sé ciò che la frontiera ha distrutto.
