Sì, lo so, il titolo è sbagliato, è ripetitivo ma il concetto ve lo spiego subito: ho visto molti film qui a Venezia, non tutti quelli che avrei voluto ma sono comunque arrivato a elaborare un’idea di come si stia muovendo qui il racconto cinematografico.

Quindi questo #ilmiocinema, l’ultimo di questa serie, sarà sul cinema stesso e non sarà dedicato ad un film in particolare.

Iniziamo dicendo che possiamo tranquillamente riconoscere che esistano dei film cosiddetti “da festival” e film che invece non saranno mai nemmeno presi in considerazione. Va detta questa cosa perché la suddetta caratterizzazione non è minimanente legata alla qualità del film ma alle dinamiche di stile, mercato, possibilità e occasioni. Vi faccio un esempio: Jurassic World è uno dei 3 film più visti di sempre ma non potrà mai vincere o partecipare ad un festival (ho preso un film veramente estremo per farvi capire il concetto, dite grazie); al contrario un film che ha incassato ma che può essere considerato da festival è “La Grande Bellezza” e cioè una pellicola pronta al linguaggio da competizione ma che convince anche il pubblico.

E come deve essere il linguaggio da festival? Come raccontano i film che arrivano a Venezia? Diciamo innanzitutto che, come ogni tipo di evento legato al cinema, questo festival sta evolvendo, Barbera e la sua gestione stanno portando ventate di novità e sperimentazione; di certo non è sempre un bene e quest’anno ne è la prova definitiva. Ma capiamo meglio di cosa stia parlando.

Un film per un festival deve avere un forte impatto emozionale, la grammatica visiva (il modo in cui viene scandito il racconto del film dal montaggio e dalla regia) non è sempre legata ad una riuscita commerciale dell’opera, le tecniche con cui i film vengono realizzati sono variegate e per nulla influenzano la partecipazione di una pellicola al festival o meno. La recitazione è importante: la maggior parte dei film che ho visto vengono trattati con il piano sequenza, in ogni scena, non necessariamente muovendo la macchina da presa ma raccontando situazioni nel modo più realistico e statico possibile, ne consegue dunque una recitazione spontanea e vera, vero punto di forza di tutti I film presentati.

Questo aspetto del cinema che va verso il piano sequenza mi incuriosce e mi stimola: stiamo approdando ad una sorta di neorealismounaltravolta e questo è un bene. Il direttore di questa testata, Giorgio Viaro, mi ha suggerito che effettivamente il digitale ricomincia il percorso dell’approccio cinematografico e quindi si passa per la fase del “vero”, eccoci allora nella fase che fa parlare e muovere gli attori lasciandoli liberi, che azzera quasi le musiche, che sperimenta minimizzando il comparto complementare al racconto.

È un cinema che per la maggior parte delle volte non riesce in sala a far botteghino, tolti sporadici casi (vedi “Il giovane Favoloso”), ma che fa innamorare o imbestialire cinefili e giornalisti seduti sulle poltrone comode delle sale del Lido. È un cinema che si dovrebbe conoscere, che apre alle storie che non sappiamo e che difficilmente troveremmo in altri contesti. È un cinema che a volte si prende troppo sul serio, a volte non funziona, a volte sorprende: è cinema, lo ami e lo odi.

Per tutti gli aggiornamenti su Venezia 2015, clicca qui
Per seguire la mostra di Claudio Di Biagio, clicca qui

© RIPRODUZIONE RISERVATA