Di solito quando vedo un film con l’intento di scriverne #ilmiocinema riesco a segnare qualcosa sul cellulare, degli appunti, qualcosa che possa aiutarmi nella creazione del testo. Sono entrato in sala per la proiezione di “Beasts of No Nation” un film original Netflix scritto e diretto da Cary Fukunaga (True Detective) e non ho potuto fare nient’altro che rimanere immobile per tutto il tempo del film.

Il film racconta dell’addestramento di un bambino soldato nell’Africa Occidentale: il villaggio di Agu viene invaso e distrutto dall’esercito che uccide suo padre, suo fratello e trucida il resto della popolazione. Agu scappa e viene trovato da un gruppo di combattenti-bambini con a capo il Comandante, questa figura spaventosa e imponente che guida e possiede l’intero piccolo battaglione. Inizierà il suo addestramento e la sua trasformazione in una delle Bestie senza Patria.

Riuscire a non essere retorici e scontati con un film del genere era forse la sfida più grande. Siamo davanti ad un piccolo gioiello di tecnica e di coinvolgimento: musica maestrale che cresce e accompagna le scene in modo perfetto, si trovano gli accenti sincopati di Gravity, le climax di Inception e la dinamica di Beasts of the Southern Wild. La regia e la fotografia sono completamente d’immersione e riescono a farti sentire il calore della terra, l’effetto della droga assunta dai ragazzini sfruttati dal Comandante, la sete e la rabbia. I luoghi raccontano, i personaggi vivono come se esistessero davanti ai nostri occhi e la brutalità di ciò che succede in ogni sequenza è sorprendentemente realistica.

Mi limiterò a raccontare la mia esperienza visiva e emozionale durante la visione del film, voglio essere breve e diretto: dovrete vedere questo film secondo me a tutti i costi (lo troverete direttamente su Netflix tra pochi mesi) perché per un momento vi strappa da ciò che state vivendo sbattendovi in faccia un nuovo occhio su una realtà sfruttata da sempre nel cinema. Inizia il film come un dolce racconto sull’intelligenza e la sensibilità di un ragazzino, poi varia, muta, cresce e si scurisce toccando generi e citando approcci cinematografici apparentemente lontani dal cuore della pellicola. Si scurisce come si fa nero il futuro del protagonista, solo e abbandonato. Agu capisce cosa debba fare e si affida al Comandante perché non ha altra scelta.

C’è la guerra, c’è una visione psichedelica dell’effetto della droga su Agu in una sequenza incredibile in cui la terra muta colore (mi ha ricordato molto Enter the Void), c’è l’approfondimento dei personaggi e dei rapporti, c’è un film che ti tiene stretto un nodo in gola e lo fa come si deve.

Il regista utilizza il piano sequenza di continuo e questo aiuta molto, lo stile è quello del sopracitato True Detective e qui ha la funzione di mantenere il ritmo e immergere nella visione. Bambini sfruttati fisicamente e mentalmente per uno scopo che non ha senso di esistere: da qui il titolo e l’intero punto del film, a nulla serve morire se non a capire di essere liberi dalla sofferenza, bestie senza una patria, in balia di gerarchie poggiate su una scacchiera che non conosciamo; politica e economia sono fantasmi senza vita né morale e muovono il comandante, il suo battaglione e l’intero paese fino a farlo affondare nella dura realtà a noi presentata. Per un momento, concludendo, verrete presi dalla consapevolezza che ciò che il film mostra stia accadendo sicuramente da qualche parte e in quel preciso istante il vostro respiro si fermerà e capirete il senso, il messaggio.

Beasts of No Nation è una di quelle esperienze cinematografiche belle, dure, affascinanti, brutali, incredibili che cerco quando si spegne la luce in sala. Dovreste fare lo stesso anche voi.

Qui sotto, la nuova puntata di BreaKing Pop con il video-resoconto di Beasts of No Nation e Spotlight:

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