Non ho visto il film perfetto e straordinario che mi aspettavo. Ciò che ho visto è una strana e imponente energia che scaturisce dai difetti di una pellicola complicata, delicata, intensa, dura. Come la scalata che racconta.

Non googlate la trama o le immagini di questo film, non avrebbe senso. Vi accenno di cosa stiamo parlando: Everest racconta la storia vera di uomini che scalano la montagna più alta del mondo. C’è chi lo fa da tempo, chi lo fa per sport, chi ha pagato profumatamente per permettersi questa esperienza, tutti però sono accomunati dalla domanda che li attanaglia e a cui non sanno dare risposta “perché farlo”.

Rob Hall e Scott Fisher sono due scalatori professionisti che negli anni ‘90 iniziano qualcosa di impensabile fino a poco prima: organizzano delle arrampicate fino alla vetta più alta del mondo, l’Everest appunto, per clienti di ogni sorta. Si fanno la guerra, sono divisi da stili di scalata e approcci alla vita totalmente diversi ma stavolta dovranno collaborare vista la forte affluenza di clienti e viste le condizioni climatiche. Ciò che segue (senza spoiler, tranquilli) è una delle avventure più entusiasmanti, drammatiche, potenti, risolutive dell’uomo del secolo appena trascorso.

Piccola premessa: ciò che scrivo è in parte influenzato dal dialogo avuto con regista e attori protagonisti durante l’intervista da me condotta (che trovate sul canale youtube BreaKing Pop).

Nel film l’uomo non è l’unico protagonista: la montagna, l’imprevedibilità del clima, gli impedimenti fisici, Madre Natura insomma, dominano le scene. Il regista sa sfruttare questo dialogo tra l’uomo e la Terra e ci fa entrare e uscire dal nostro stato di tensione con la macchina da presa in modo egregio. Scene di dettagli su piedi che si aggrappano insicuri sulle scale ghiacciate sopra una gola di 30 metri vengono alternate a vedute aeree della montagna, si va dal micro al macro, si racconta un respiro diverso da quello umano, si dà spazio nel dialogo visivo anche alla risposta della Natura.

La prima parte del film ci mostra un set up ottimo per i personaggi e per la storia, il vero problema è nella seconda parte: arriva un punto dove vorresti sapere molto di più di ciò che è stato il loro passato e le loro motivazioni ma non c’è tempo, i personaggi sono tantissimi e il film dura solo due ore. Questo non permette una chiara linea narrativa da seguire, frammenta il montaggio e poi lo semplifica addirittura troppo sul finale: parlando con il regista ho chiesto se si fosse pensato ad una serie invece che al film, anche solo per un momento, un prodotto alla Lost, con varie linee temporali e storie intense (e vere in questo caso) di personaggi forti e ben colorati. Non è stato un pensiero che abbia sfiorato né lui tantomeno gli altri produttori (anche se io rimango del mio parere, sarebbe stupendo).

“It’s not the altitude but the attitude” questa la frase che pronuncia Scott Fisher (Jake Gyllenhall) e che ci fa riflettere su ciò che siamo e vogliamo essere in questo film: la pellicola accompagna le nostre sensazioni senza mai abbandonare il punto di vista maestoso della natura e ci dimostra come l’uomo possa pensare di essere in grado di fare qualsiasi cosa. Purtroppo non è sempre così. L’attitudine qui è parte del blocco umano da superare, siamo in grado di spingerci oltre? Siamo in grado di toccare il paradiso e tornare sani sulla Terra? Il sole brucia se visto da vicino, siamo degli Icaro incoscienti e totalmente irrazionali.

Importante è il momento finale e la linea (anche se poco approfondita) della moglie di Rob Hall, incinta e lontana dalla vetta che sta scalando il marito. Nel momento di maggiore difficoltà lei diventa l’unico appiglio alla vita, diventa la speranza, la certezza che ancora lui sia qui, vivo e che il suo cuore batta poiché prova amore.

I personaggi sono tanti quante possono essere le nostre reazioni in una situazione di pericolo come quella vissuta nel film. Beck è la dirompenza e l’ignoranza texana che nasconde la paura di non poter dimostrare ciò che si vale, c’è Doug e la continua ricerca incessante di essere un normale supereroe per un bambino o per il mondo intero. Ci siamo noi e troviamo ogni possibile strada per morire e rinascere sulla vetta del mondo.

È un film che apre e chiude il respiro narrativo di continuo, a volte riuscendo, a volte meno, un esperimento che si adatta agli anni della vicenda e si presenta con un linguaggio coerente ad essa. La sceneggiatura non approfondisce le storie e quindi le emozioni in alcuni casi, costruisce un impalcatura debole ma comunque emozionante. Da vedere? Sì, anche solo per capire chi saremmo noi su quella montagna e se ci trovassimo a chiederci perché lo stiamo facendo.

Leggi la recensione di Everest firmata dal direttore di Best Movie Giorgio Viaro
Per tutti gli aggiornamenti su Venezia 2015, clicca qui
Per seguire la mostra di Claudio Di Biagio, clicca qui

© RIPRODUZIONE RISERVATA