Elena (Antonia Liskova) si sveglia imbavagliata in un’auto, chiusa in un garage. Non sa chi l’ha portata lì, né perché. Dalla vettura fuoriesce anidride carbonica, il cellulare squilla e dall’altra parte c’è il rapitore, con un messaggio importante: la salvezza è nella macchina. Le lancette corrono però, perché la donna ha 78 minuti (la stessa durata del film) per capire come uscire dalla sua prigione prima che il gas la uccida.

È questo il concept di In the Box, unico film italiano in concorso al Courmayeur Noir in Festival 2014. La storia cammina sulle orme di film come Saw (con il maniaco di turno che fa tutto per una ragione precisa) e Buried (quattro mura a fare da set, cellulare come unico contatto con l’esterno), ma la tensione non cresce mai. Colpa di una sceneggiatura che regala banalità in serie dopo il primo “cruciale” snodo. Film del genere, con un attore che recita in uno spazio limitato, funzionano quando la situazione raccontata cattura lo spettatore, che automaticamente si mette nei panni del protagonista e cerca di trovare la soluzione al mistero, incastrando come in un puzzle gli indizi che la storia mette a disposizione: è una partita a sacchi tra la vittima, il pubblico e il villain, dove non sempre il buono vince. Il problema di In the Box è che ogni decisione di Elena pare senza senso, e fa sorgere più perplessità che altro.

Saw era diabolico e originale, Buried – pur con i dovuti limiti – teso e claustrofobico. In the Box è irritante e colmo di cliches, e riadattare uno degli spunti narrativi più sfruttati del thriller non è sufficiente se non gli si costruisce intorno una struttura solida. Si arriva alla fine tra sbadigli e incredulità, e anche quello che dovrebbe essere l’ultimo colpo di scena, si allinea con quanto visto nei 76 minuti precedenti.

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