E’ facile capire perché un personaggio come Tintin sia riuscito a intrigare Steven Spielberg e Peter Jackson, imbarcati in un progetto che prevede una trilogia di film d’animazione dedicata. Da “bambinoni” quali sono, i registi di Jurassic Park e Il Signore degli Anelli non potevano che restare affascinati da un fumetto che ha fatto dell’avventura, dell’ironia e dei buoni sentimenti la sua bandiera. Già, perché Tintin è un Topolino per i grandi o un Indiana Jones per i più piccoli a seconda di come lo si voglia leggere. Non ha un’età precisa ma la faccina pulita e il ciuffo ribelle lo potrebbero collocare tra i 20 e i 30 anni. Non ha passato, non ha genitori e perfino l’amore o l’interesse per le donne sono assenti dalla sua vita. La sua condotta segue quella del buon senso dei boy-scout, all’insegna delle buone azioni e dell’amicizia. In primis, quella con il suo cagnolino Milou, un terrier che nel fumetto parla (ma nessuno lo capisce, tranne Tintin) e chissà come verrà reso sul grande schermo. E poi quelle con personaggi alquanto bizzarri che lo circondano, come il capitano Haddock, un “ubriacone” di buon cuore e i poliziotti Dupond e Dupont, che sembrano essere usciti dalle peggiori barzellette sui carabinieri. Tintin fa il reporter, ma le sue avventure esulano dalla sua professione: ciò che lo porta in giro per il mondo è semplicemente la sua inesauribile curiosità. Ebbene questo Tintin, nato nel 1929 dalla penna del belga Hergé, è un fumetto che in sole 24 avventure è riuscito a guadagnarsi una fama mondiale senza pari, con oltre 105 milioni di copie vendute in Francia e oltre 52 nel mondo, film e cartoni (due serie animate per la tv, trasmesse in passato nei programmi Supergulp! E Solletico e due lungometraggi live-action degli anni Sessanta: Tintin et le mystère de la toison d’or e Tintin et les oranges bleues), e un papà che ha fondato perfino degli studios a suo nome e uno stile, quello della “linea chiara” che ha fatto scuola. Evidentemente che sia un po’ ingenuo, che le trame siano lineari e che il tutto abbia il sapore dell’avventura del secolo scorso, quando il mondo sembrava ancora pieno di continenti e scoperte scientifiche da esplorare e da imparare a conoscere, non sono stati ostacoli per Steven Spielberg e Peter Jackson, anzi.
Il 28 ottobre, infatti, uscirà al cinema Tintin e il segreto dell’Unicorno, primo di una annunciata trilogia dedicata al personaggio, in cui Spielberg e Jackson si alterneranno nei ruoli di regista e produttore. Per Spielberg è il coronamento di un’avventura iniziata più di 30 anni fa, quando cioé un giornalista paragonò I predatori dell’arca perduta a Le avventure di Tintin. «Mi ha catturato la capacità di Hergé di far vivere personaggi immaginari in un mondo reale, non in un universo frutto di fantasia», ha spiegato il regista. «Seppur reso fantastico grazie a incontri inattesi, che danno luogo ad amicizie profonde e a intrecci incredibili, frutto di una narrazione ricca di trame e sottotrame fantasiose». Così, un’indagine su un gruppo di falsari, lo conduce insieme al suo inseparabile terrier bianco Milou, alla nave di un depresso capitano ubriacone dall’imprecazione facile («Tuoni e Tempeste di Brest!», è una delle più ricorrenti), Haddock, tradito dal suo secondo, che gestisce traffici illeciti a sua insaputa. E’ questo l’incipit del nono episodio di Tintin, Il granchio d’oro, uno dei tre fumetti sui quali è basato il film, insieme a Il tesoro di Rackam il Rosso e Il segreto del Liocorno, dal quale deriva il titolo – mutuato però dall’edizione anglosassone.  Un’avventura con tanto di mappa del tesoro, nascosta in un modellino di una nave – come si evince anche dal trailer del film -, l’Unicorno appunto, scomparsa nel 1698 durante un viaggio di ritorno dalle Antille, e custode di un’incredibile fortuna, protetta da un enigma. Il tesoro fa gola anche ai fratelli Passeretti, due antiquari furfanti, che cercheranno di impadronirsi del modellino dell’Unicorno di Tintin a tutti i costi, fino a imprigionare il reporter nel castello di Moulinsart.  Il progetto iniziale di Spielberg, che avrebbe voluto girare un film live-action di Tintin, è stato rivoluzionato interamente da Jackson. Interpellato inizialmente per la realizzazione degli effetti speciali, il boss della Weta Digital, ha infatti convinto Spielberg a cambiare totalmente rotta. Da grande fan, fin dall’infanzia, Jackson ha insistito perché Tintin fosse girato con la tecnica della perfomance capture per realizzare un film d’animazione, l’unico genere che avrebbe potuto rendere giustizia all’immaginario di Hergé a suo avviso. Nonostante l’inesperienza nel mondo dei cartoon, come sottolinea Jackson «Nessuno di noi due ha mai girato un film animato. Non siamo in grado di lavorare al computer. Io a stento so mandare una e-mail… La verità è che al primo impatto Tintin (il cui protagonista è stato interpretato da Jamie Bell, ndr) ha l’aspetto di un film d’animazione, ma è a tutti gli effetti un live-action. Abbiamo usato la nostra esperienza in questo settore unendo la performance capture all’animazione tradizionale per riprodurre il mondo immaginato da Hergé. Abbiamo lavorato con le macchine da presa come se stessimo girando un film dal vero, ricostruendo le location in CGI», ha sottolineato Peter Jackson. E chissà se l’uso del 3D già in fase di riprese contribuirà davvero a dipingere quello scenario a metà strada tra realtà e immaginazione, tipico delle surreali avventure di Tintin.  Un lavoro dunque che ha consentito agli autori di poter ricreare location fantastiche, senza trascurare l’espressività dei personaggi. «In Tintin gli occhi degli attori comunicano come in qualsiasi altro buon live-action», assicura Jackson.

Lo speciale completo è pubblicato sul numero di Best Movie di ottobre.

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