I soliti idioti. «Ah sì, il film con quello lì, il Nongiovane» dice il ragazzino per strada. «Idioti sono quelli che spendono soldi per andare a vedere quelle boiate» ribatte il cinefilo indignato. «Semmai saranno quelli che parlano male di un fenomeno solo perché è di successo» rincalza l’addetto ai lavori, quello che il cinema lo fa e non accetta snobismi. «Chi sono i soliti idioti?» ci siamo invece chiesti noi. Perché è facile, di fronte a un fenomeno da quattro milioni e mezzo di euro in un weekend, liquidare il discorso con qualche luogo comune, dividersi in fazioni come facciamo sempre in questo Paese. È facile perché I soliti idioti parla di padri volgari che invitano i figli ad andare a mignotte, di gente che salta la fila e si esprime a suon di: «Dai cazzo» e riesce a trasformare una frasetta un po’ volgare in un tormentone che tutti conoscono. È facile e sbagliato, perché se il cinema italiano mainstream funziona, e lo fa così bene, il motivo non può essere uno solo, e cioè il più classico dei «il popolo è bove». Troppo facile incolpare l’idiozia imperante. Forse è il caso di ragionarci un po’ di più, di capire perché la stagione 2010-2011 è stata quella dei record degli Zalone e dei Bisio, del tramonto del cinepanettone e della carica della comicità versione 2.0, quella che arriva dalla Rete, dal satellite, dalle trasmissioni di nicchia. Forse è il caso di guardare oltre l’apparenza. E allora, il cinema italiano sta bene o è agonizzante, intrappolato tra tormentoni e ricicli di personaggi da piccolo schermo? Dobbiamo ringraziarla, questa tv, oppure incolparla per aver trasformato il cinema dei Monicelli in un calderone di macchiette? Qual è il famigerato stato del cinema italiano? Sono i fenomeni televisivi l’unico viatico per portare gente al cinema? Ma soprattutto, che sia un bene o un male, il cinema italiano di oggi può sopravvivere senza televisione? Lo abbiamo chiesto ai protagonisti.

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