Paul Thomas Anderson si é concesso un piccolo, lussuoso divertissement. Dopo l’inquietudine e il simbolismo di due film diversi tra loro ma ugualmente densissimi come Il petroliere e The Master, ecco infatti un lungometraggio che mescola l’impalcatura narrativa del noir più classico con un tono spesso più appropriato per la commedia di situazione. Adattamento fedele dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, Inherent Vice ha nell’ambientazione la sua principale peculiarità: la Los Angeles del 1970, quella più alternativa degli hippie e della controcultura. Doc Sportello, il private-eye che si trova quasi suo malgrado al centro dell’intrigo che deve sbrogliare, è un personaggio quasi costantemente sotto l’effetto di qualche droga, incapace di decifrare una realtà fluida e multiforme, probabilmente ancora più disorientata di lui. La forza del film di Anderson è la comicità creata dallo stridore tra le figure messe in scena, dalla mancanza di senso, dalla gioiosa assurdità di molte situazioni. I momenti più efficaci sono senza dubbio quelli in cui un soave Joaquin Phoenix e un roccioso Josh Brolin (il migliore in campo) si confrontano attraverso due figure radicalmente antitetiche, quella del detective sballato e del poliziotto dalle maniere a dir poco spicciole. I loro duetti frizzanti sono pura gioia per lo spettatore, irretito dentro una trama che invece a volte è inutilmente contorta.

Paul Thomas Anderson ha coraggiosamente scelto di rimanere legato alla detection che l’ossatura del libro di Pynchon propone. Se ciò gli consente di presentare agli spettatori tutta una serie di atmosfere e caratteri divertentissimi, allo stesso tempo però ne limita l’efficacia sotto il punto di vista squisitamente narrativo. Come accade nel romanzo anche il film infatti dopo un buon incipit comincia a girare un po’ in tondo: un lavoro di sintetizzazione dell’intrigo avrebbe senz’altro giovato sia al ritmo della narrazione che alla comprensibilità della storia, anche perché due ore e mezzo per un noir sono francamente una durata eccessiva.
Come scritto all’inizio dell’articolo, Paul Thomas Anderson con Inherent Vice sembra essersi voluto prendere una gioiosa vacanza dentro un’epoca affascinante per quanto sconclusionata. Lo si capisce anche dalla semplicità con cui ha impostato la messa in scena, elegante ma anni luce lontana dal cinema poderoso con cui ad esempio Il petroliere ci aveva stordito. Danzando sempre tra giallo e commedia, il suo film possiede un’anima ondivaga, accattivante, ma alla fine impossibilitata a esprimersi in maniera del tutto compiuta. La sua precedente escursione nei toni più leggeri, quella di un piccolo gioiello come Ubriaco d’amore, risultava più compatta e sanamente ambigua. In Inherent Vice invece tutto rimane più in superficie, sospeso in una sorta di candore stonato che diverte ma non conquista veramente. Un film a tratti molto godibile, addirittura spassoso, che lavora sullo spettatore con indubbia leggerezza. Forse anche troppa…

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