Quando si parla di “antidivi”, il nome in cima alla lista dovrebbe essere sempre quello di Hugh Jackman. Che del divo ha la carriera, ma di sicuro non i modi. Gentiluomo australiano di 47 anni appena compiuti (il 12 ottobre), Jackman, quando non è sul set, si presenta agli incontri ufficiali con un abito scuro e una camicia aperta sul colletto, formale ma non rigido. Non si camuffa, non insegue le mode, non si mette in posa se non con autoironia. Risponde sempre alle domande con passione e originalità, cercando di estrarre un pezzetto della sua vita per raccontare i personaggi che interpreta. E quando l’intervista finisce, si ferma a chiacchierare con i giornalisti, come fosse uno tra tanti. Per questo incontrarlo di nuovo per parlare del barocco pirata Barbanera, artefice della genesi di Peter Pan e Capitan Uncino così come li conosciamo oggi, è un’occasione unica per una chiacchierata non convenzionale sul mestiere dell’attore, e non solo.

Best Movie: Qual è il tuo primo ricordo di Peter Pan, e perché secondo te non smettiamo di amare questa favola?
Hugh Jackman: «Non ricordo nello specifico quand’è stato, ma l’ho sempre trovato un racconto bellissimo perché è molto maturo e tuttavia capace di emozionare, soprattutto verso il finale. Ci ammonisce a non perdere il bambino che abbiamo dentro, e per me, che sono adulto e ho dei figli, è facile prendersi troppo sul serio e allontanarsene. Vedere questo film, proprio come leggere il romanzo di J.M. Barrie, ti fa tornare bambino, ti fa sentire che tutto è possibile, se soltanto ci credi».

BM: Di pirati al cinema ne abbiamo visti tanti, il tuo Barbanera com’è?
HJ: «Ne ho discusso con Joe (Wright, ndr) la prima volta che ci siamo incontrati per parlare del film, e alcune sue riflessioni mi sono rimaste impresse. Ad esempio: tenendo conto del fatto che l’Isola che non c’è è frutto dell’immaginazione di un bambino, tutti gli adulti sono sia spaventosi che ridicoli. Questo perché i piccoli hanno un’immagine precisa degli adulti, li vedono così. Barbanera, per esempio, ha la faccia inondata da un make-up bianco, la parrucca di Maria Antonietta e il costume di Luigi XIV! È il maschio alfa sull’isola, il capo dei pirati che lo temono, ma anche uno che si diverte un sacco ed è vanitoso. Bisogna capire che anche i villain hanno due facce, proprio come gli eroi».

BM: In che modo terrorizza i bambini?
HJ: «La cosa che spaventa in generale i bambini è quando gli adulti cambiano umore da un momento all’altro, il fatto che possono essere di buono o di cattivo umore nel corso di una stessa giornata. Questo l’abbiamo applicato anche a Barbanera, che a volte è spaventoso e altre volte è affascinante, ma sempre imprevedibile».

BM: Come ti sei trovato sul set a indossare questi costumi così ingombranti?
HJ: «Li ho adorati. Fin dall’inizio, da prima che i personaggi fossero definiti con precisione, avevamo un sacco di vestiti e stivali, tutti i pirati potevano provare vari indumenti e collaborare al processo creativo. Quando ho visto Mad Max: Fury Road mi hanno impressionato le gang dei cattivi e il loro look, i costumi e il make-up erano pazzeschi. E penso che sia fantastico che anche nell’Isola Che Non C’è non ci fossero restrizioni… Ogni cosa era come la volevamo, e se dopo tre ore pensavamo a una cosa completamente diversa, non c’erano problemi. È stato davvero divertente».

BM: A che punto della tua vita hai smesso di “credere”?
HJ: «Chiaramente da adulto hai delle responsabilità a cui pensare, e perdi spesso quella sensazione di vivere in un mondo illimitato; la gioia, la creatività e la sorpresa infantili. Iniziamo a vedere tutto negativamente, mentre le cose sono piene di possibilità. Mi ricordo che quando avevo l’età del protagonista di Pan – Viaggio sull’Isola che non cè pensavo soltanto che alla fine della scuola sarebbe stato tutto incredibile e sarei stato libero… E poi in effetti lo sono stato, come tutti, ma quanti adulti che conosciamo vivono la vita con quel senso di libertà che ci si immaginava da bambini? Ed ecco perché il messaggio di Peter Pan è memorabile: Pan – Viaggio sull’Isola che non c’è ti ricorda che sei ancora un bambino, che quelle possibilità esistono. E per me che, come attore, ogni volta mi vesto e fingo di essere qualcun altro, è molto importante».

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