Vinicio Marchioni in questo periodo si trova a Milano, protagonista della versione teatrale del cult Un tram che si chiama desiderio, nei panni, mitici, vestiti al cinema da Marlon Brando.
Nel frattempo, però, l’attore è impegnato anche nella promozione della commedia noir Amiche da morire, in sala da giovedì 7 marzo, in cui interpreta l’ispettore Malachia, che si mette sulle tracce del trio “criminale” interpretato da Claudia Gerini, Cristiana Capotondi e Sabrina Impacciatore. Durante l’intervista che ci concede, emerge spontanea tutta la passione, la simpatia e l’umiltà con la quale si approccia al suo lavoro. E molto altro… L’avreste mai detto – per esempio – che Vinicio Marchioni è anche un buon cuoco di pesce? E che si rilassa ascoltando i System of A Down?
Vinicio, qual è la parte del tuo lavoro che preferisci, quella che ti emoziona di più?
«Mi emoziona la possibilità di conoscere delle esistenze che, facendo altri mestieri, non avrei la possibilità di conoscere. Mi emoziona la possibilità di immettermi per 3 o 4 mesi a seconda del lavoro richiesto, nella vita di un’altra persona e nei suoi panni. L’idea di creare completamente un essere umano è un’idea molto “alta”. In più mi emoziona, visto che sto portando in giro uno spettacolo teatrale, il contatto con il pubblico, vedere sera dopo sera come cambiano le cose mi esalta. È entusiasmante più in generale l’idea di continuare una tradizione antichissima e importante come quella della recitazione, che ha fatto sì che gli essere umani in qualche maniera potessero avere sempre uno specchio che dica loro quello che sono».
L’aver avuto successo può essere considerato un’arma a doppio taglio?
«Credo un po’ come in tutte le cose. Quando facevo la gavetta, in gioventù, c’era la priorità di arrivare alla fine del mese e ovviamente i lati negativi erano moltissimi. Però la possibilità di decidere io le cose che volevo e non volevo fare, me la sono sempre riservata. Quando facevo solo teatro – con la mia compagnia, a Roma – facevo unicamente gli spettacoli che decidevo io. Il successo ti permette di poter fare una selezione molto maggiore nei confronti delle sceneggiature che ti propongono e degli spettacoli teatrali che ti propongono. Ma è anche vero che sono uno di quegli attori che crede fortemente che la carriera si costruisca sui “no”».
In questo Amiche da morire ti vediamo in una veste diversa, sei un buffo ispettore con il mal di mare in balìa di tre forti personalità femminili: ti è piaciuto far emergere questo tuo lato?
«Mi auguro che possa emergere il talento comico. Ero molto preoccupato di questo primo approccio con la commedia. È stata sicuramente la motivazione principale che mi ha spinto a fare questo film. L’idea di cimentarmi con un’espressività cui il pubblico non mi aveva mai associato. Mi sono preso anche un pochino di rischio. Penso che l’autoironia e un certo grado di leggerezza siano assolutamente fondamentali in questo mestiere e, con questo ruolo specifico, se non ci mettevo l’autoironia non ne sarei uscito vivo…»
Il tuo personaggio, l’ispettore Malachia appunto, si lascia travolgere da queste donne. Anche a te capita di farti travolgere scegliendo di “pancia”?
«Assolutamente sì, sono una persona che in tutto quello che fa si lascia travolgere. Sia nelle scelte professionali, che nella vita: vado solo d’istinto e questo mi ha salvato sia nelle situazioni positive che in quelle negative. Ho pochissime qualità che mi riconosco, ma quando incontro le persone di solito non mi sbaglio mai, so esattamente chi mi trovo davanti e che tipo di persona è, forse perché l’istinto e la pancia mi parlano. Ragionando così in realtà mi sono ritrovato anche in mezzo a storie d’amore che si sono rivelate poi una bufala enorme, ma se decidi di fidarti prendi anche delle cantonate».
Parlando di attualità: come vedi il nostro paese in questo momento, e in particolare la situazione del cinema? Ti è mai balenata l’idea di andare via?
«Sì, sicuramente. Chi negli ultimi due o tre anni non ha pensato di andare via almeno una volta? Siamo in una situazione in cui non si capisce assolutamente niente, ho come l’impressione che tutti quanti siamo alla ricerca di un’identità, che sia politica, piuttosto che cinematografica, oppure economica. Credo che questo sia un grandissimo periodo di cambiamento, un cambiamento epocale. Sto cercando di mettere in moto delle possibilità per poter fare il mio mestiere in altri paesi, ma è una cosa molto complicata, anche perché il nostro mercato cinematografico nella maggior parte dei casi è limitato al nostro territorio. Ho avuto qualche piccola esperienza – più che soddisfacente – con registi internazionali, però è una cosa di cui parlerò a tempo debito, (anche perché, mi dice poi, lo fanno sorridere quegli attori che dopo 20 secondi in un film straniero lo rivendono come la pellicola della loro vita, ndr). Per esempio ho lavorato nel prossimo film di Paul Haggis nella parte girata a Roma: non so ancora quando uscirà ma auguriamoci che vada nel migliore dei modi».
In questi ultimi quattro anni, insieme ai tanti successi professionali e privati, hai trovato anche il tempo di aprire un ristorante… Come nasce il tuo Casa (in Passeggiata di Ripetta 33, ndr), a Roma?
«Casa è un ristorante, un cocktail bar, e piano piano vorrei diventasse in qualche maniera un punto di riferimento e di incontro che ruota intorno al cinema, al teatro e alla cultura generale. Abbiamo iniziato adesso a fare una volta a settimana la proiezione dei film della grande commedia italiana, gratuitamente. Fra poco organizzeremo una serie di appuntamenti e letture con attori amici, conosciuti al grande pubblico e non. Mi piacerebbe farlo diventare un posto dove una persona possa tranquillamente bere un tè, con la possibilità di leggersi qualsiasi cosa lì. Frequentato da tutte quelle persone che amano la cultura e il dialogo con altri individui».
Sei anche un buon cuoco?
«Purtroppo non ho molto tempo, però mi piace cucinare. Sicuramente sono capitate serate in cui, rientrando tardissimo, mi sono ritrovato a farlo per me e gli amici che si trovavo lì».
Il tuo piatto forte?
«A parte le paste, un pochino tutte, cucino molto bene il pesce, forse perché lo faccio nella maniera più semplice del mondo».
Parliamo di donne, cosa ti colpisce e ti affascina di una donna al primo impatto?
«L’intelligenza e l’autoironia: è la personalità che possiede che mi colpisce, queste sono le primissime cose. Fidati che si capisce subito… »
La prima volta che hai detto: «Ti amo»? E l’ultima?
«La prima non me la ricordo, perché è successo tanto tempo fa, l’ultima volta questa mattina».
Sei uno di quegli attori che hanno un numero portafortuna o qualche scaramanzia?
«No, sono abbastanza tranquillo: una volta che mi sono preparato per un film o uno spettacolo, si va. Non ho rituali. Forse quando sono in fase di studio, e passo mesi di prove in cui devo stare in un ambiente chiuso – dove posso fare tutto quello che voglio – come lo studio di casa mia… Ecco, quando mi sto preparando per una parte sembra che sia scoppiata una bomba atomica in quel posto: ci mangio, appendo qualsiasi cosa ai muri, mi vesto, mi spoglio, faccio un macello. Ma una volta che ho preparato tutto, sul set o nel camerino non ho scaramanzie o amuleti».
Sogni, ambizioni e progetti futuri?
«Quanto tempo abbiamo ancora? (ride, ndr). I sogni più grandi sono continuare a fare questo mestiere per tutta la vita e ad avere la fortuna di essere chiamato a fare film intelligenti. E poi continuare ad incontrare persone che mi insegnino qualcosa in più. Di progetti futuri ne ho duemila, che ancora si devono concretizzare: comunque ho sempre l’impressione di dover ricominciare da capo. Credo che in questo mestiere si “scriva sulla sabbia”: finito un film non do mai per scontato che mi richiamino per un altro, e ogni volta che capita, mi sembra sia sempre una specie di miracolo. Di uscite imminenti ce ne sono diverse: dopo Amiche da morire il 18 aprile uscirà Passione sinistra di Marco Ponti, c’è la bellissima opera prima di Valeria Golino che credo entro maggio sarà al cinema, il film di Paul Haggis, e un film difficilissimo, piccolissimo, a cui tengo davvero molto che si chiama Il sud è niente. Girato in Calabria, lo stanno finendo di montare in questi giorni e non si sa che fine farà, perché si sta cercando di mandarlo a qualche Festival internazionale».
Una canzone che ti porti dentro o associ a determinati momenti?
«Ce ne sono moltissime: ogni canzone ha una storia, io lavoro moltissimo ascoltando la musica. Ogni film per me è un tipo di musica, quella che ho ascoltato per quel determinato ruolo. Non ho un punto di riferimento, una cosa specifica, dipende da che tipo di esperienza è, che tipo di film è stato, da che periodo di vita attraversavo. Comunque posso dire qualsiasi cosa dei System Of A Down… C’è una canzone che si chiama Atwa, che è anche la colonna sonora di Un tram che si chiama desiderio, molto bella. Oppure sempre un altro loro pezzo molto più slow, che si chiama Lonely Day, bellissimo».
Foto di Alessandro Pizzi
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