L’intervista completa è pubblicata du Best Movie di dicembre.

Quando Antonio Albanese ci dice che «stavolta Cetto La Qualunque verrà portato dalla sua “maschialità” in territori “veramente estremi”» facciamo fatica a immaginare le nuove frontiere: si tratta pur sempre del politico che si è fatto eleggere al grido di: «I have no dream, ma mi piace ’o pilu». Si rinnova così, con Tutto tutto niente niente – sequel del fortunatissimo Qualunquemente – l’appuntamento al cinema con la maschera comica e grottesca che oggi meglio racconta la nostra società e lo stato delle istituzioni. «Amo il mio lavoro e amo rappresentare le cose forzando le situazioni e i caratteri, ma mi sono sempre ritrovato superato dalla realtà dopo 5 minuti. Basta pensare che questo film, scritto un anno e mezzo fa, inizia con un consiglio comunale che si scioglie per mafia…».
Le capita mai di pensare che ormai siamo arrivati a un punto per cui alla gente potrebbe persino passare la voglia di scherzare su certe cose?
«Eccome. Personalmente, accendo la televisione con una fatica che non può immaginare, e ci sono programmi che non sopporto più, tipo i talk show della politica. Quel che dice Renzi, quel che dice Bersani, le primarie per ogni cosa… È una follia, siamo tutti a un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso. Per questo abbiamo pensato di affrontare anche altri argomenti oltre alla crisi».
Per esempio?
«Ho scelto tre personaggi per trattare tre temi diversi: politica, religione e razzismo. Cetto, Frengo e il secessionista veneto, Rodolfo Villaretto. Villaretto è un ex industriale rimasto senza lavoro, che si è messo a fare lo scafista. Porta gli immigrati in Italia e poi, quando sono qua, urla loro “Tornatevene a casa!”. Mi sembrava un bel paradosso… Penso che il razzismo sarà il prossimo grande problema che l’Italia dovrà affrontare».
E per quanto riguarda la religione, che tipo di satira fa?
«È un argomento da trattare con grande delicatezza, sarebbe fin troppo facile entrarci dentro come un caterpillar. Anche perché ho un grande rispetto per la nostra religione, cui io stesso appartengo. Abbiamo lavorato su certe contraddizioni, sui dubbi ormai atavici che è la Chiesa stessa a covare». […]

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