Intervista a Michael Madsen: io, Tarantino e la poesia
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Intervista a Michael Madsen: io, Tarantino e la poesia

Faccia a faccia con Michael Madsen, tra la malinconia per il cinema che fu e un insospettabile talento per le poesie. Con indosso gli stivali di Kill Bill

Intervista a Michael Madsen: io, Tarantino e la poesia

Faccia a faccia con Michael Madsen, tra la malinconia per il cinema che fu e un insospettabile talento per le poesie. Con indosso gli stivali di Kill Bill

Quando Michael Madsen si avvicina al divano su cui devo intervistarlo, lancia la giacca di pelle su una sedia distante almeno cinque metri e centra in pieno lo schienale. Alto, massiccio, tatuato, Madsen sorride con poca convinzione, come per distrazione o nostalgia. Quando racconta di sé, ricorda quello che ha perso – gli amici, soprattutto, Chris Penn, David Carradine e Dennis Hopper – più spesso di quello che ha avuto, ma solo perché dei suoi 5 figli («Mi tengono impegnato più di quanto è umanamente possibile») non ama parlare troppo. Poi accavalla una gamba, sollevando un lungo stivale di coccodrillo, e mi dice sornione: «Sono quelli di Kill Bill». Lo diverte il caso, la consapevolezza che il cinema lo fanno le facce e le coincidenze, mai l’industria. Un’in Kidustra che ormai boicotta – corrisposto – fino all’autolesionismo, esiliandosi in una miriade di progetti folli, a basso o bassissimo budget. E in questo senso è un attore postumo, uno che avrebbe dovuto attraversare gli anni ’70 e si trova invece a vagare per il nuovo millennio disilluso e orfano: di se stesso, dei suoi compagni e perfino del cinema. Reinventandosi infine come poeta, ma solo perché «ero sul punto di dare fuoco a tutto quel che avevo scritto, ma una mia amica mi disse: “Dio mio, cosa stai facendo?” e spense le fiamme».

Best Movie: Da dove le viene l’ispirazione per scrivere poesie?
Michael Madsen:
«Dalla mia solitudine ed estrema sensibilità. Sono un attore, e il mio mestiere è capire le altre persone al volo, con un semplice sguardo devo capire con chi ho a che fare. A volte mi capita di essere in una stanza piena di persone, e mi viene da impazzire, noto tutto e divento sensibile a qualsiasi cosa abbia intorno, non è psicologicamente salutare. È come essere in una zona di guerra. Quando scrivo poesie non è solo perché voglio pubblicarle, ma perché sto provando a buttare giù le mie emozioni su un pezzo di carta. Quando le rileggo sono felice di averle scritte».

BM: Che differenza c’è tra scrivere e recitare?
MM:
«Ho pubblicato quattro libri finora, e anche se non avevo mai pensato di fare lo scrittore, devo dire che molte delle cose che ho scritto sono molto personali, molto più che con i film. Anche perché le volte che ho preso un film sul personale è stato un disastro, quindi recitare per me è più un fatto tecnico che altro».

BM: Partiamo dall’inizio. Come ha cominciato a recitare?
MM: «Ero giovane, ma avevo già fatto molti lavori: guidatore di carro attrezzi, meccanico, elettricista, idraulico, infermiere… non avevo idea di cosa fare della mia vita. Da bambino guardavo molti film, credevo di sapere tutto su come recitare, anche se quando ho provato a frequentare una scuola per attori non sono durato molto: volevo solo fare film, non me ne fregava niente di studiare né capivo l’utilità del teatro. Ovviamente oggi lo capisco e lo rispetto, ma all’inizio ero un idealista, volevo fare solo le cose che mi piacevano. Volevo imparare, e decisi che il modo migliore per farlo (e per avere un lavoro) era semplicemente buttarmi».

BM: La sua famiglia era d’accordo?
MM: «Mio padre era un pompiere, e lo è stato per trent’anni. Mi capitava di vederlo scendere da una scala in un edificio in fiamme, magari con dei bambini sulle spalle. Non ha mai ricevuto medaglie o premi per questo. Faceva 35.000 dollari all’anno quando gli andava bene. All’epoca non ne sapevo nulla, ero un bambino e non capivo nulla. Mio padre era una persona tranquilla, ma non bisognava rompergli le scatole, perché poteva diventare molto pericoloso. Ma non ho mai capito quanto fosse importante per me e quanto mi influenzasse con i suoi comportamenti, e soprattutto quanto rispetto avessi per lui. Ero troppo concentrato su me stesso, ero confuso».

BM: Quali erano i suoi modelli come attore?
MM: «Robert Mitchum innanzitutto, poi Kirk Douglas, Lee Marvin… diciamocelo, non vedremo mai più gente così. Talenti immensi, spesso sottovalutati, come Steve McQueen. Avevano una presenza scenica impossibile da descrivere: qualcuno ce l’ha e qualcuno no. Il 90% degli attori di oggi non ce l’ha, questo è innegabile. Metti vicino due attori e la gente guarderà solo uno dei due. L’ho capito presto, come ho capito che non è una questione di quello che fai e dici, ma di quello che non fai».

BM: Li ha mai incontrati di persona?
MM: «Una volta ho incontrato Mitchum; era in un ristorante a fare colazione con un tortino e delle fragole. Sentivo di dovergli dire qualcosa, magari non avrei dovuto disturbarlo ma mi sono comunque avvicinato e seduto al suo tavolo. Lui non ha neanche alzato lo sguardo e ha continuato a mangiare. Poi, quando stavo per andarmene, mi ha fissato negli occhi e mi ha chiesto: “Cosa vuoi fare nella tua vita, figliolo?”. E io, come un idiota, gli ho risposto: “L’attore!”. Lui si è chinato verso di me e mi ha chiesto: “Perché?”».

BM: Cosa ricorda di Le Iene?
MM:
«Era un film a basso budget e diretto da uno sconosciuto. Non amo leggere i copioni, ma quello mi catturò subito perché era diverso da qualsiasi altra cosa avessi mai letto. Mi conquistò. Però volevo essere Mr. Pink (Steve Buscemi nel film, ndr), non Mr. Blonde; Mr. Pink aveva molto più dialogo, e volevo essere io quello che se ne andava con i diamanti alla fine del film. (ride) Quentin Tarantino mi spiegò che il ruolo di Mr. Pink non era disponibile, ma io riuscii comunque a fare un’audizione, perché volevo convincerlo di essere la persona giusta. Quentin mi guardò e mi disse: “OK, sei bravissimo, però tu sei Mr. Blonde. Sempre che tu voglia essere nel film…”. Meno male che ho detto sì, altrimenti ora non sarei qui!».

BM: C’è una scena in particolare che tutti si ricordano, ed è quella del litigio tra lei e Chris Penn. Come nacque?
MM: «Eravamo entrambi ubriachi (ride). Chris e io eravamo molto amici, mi manca molto. La pensavamo allo stesso modo su molte cose, per esempio su quanto fosse brutto essere considerati dei duri. La prima volta che abbiamo girato quella scena ci siamo effettivamente picchiati. Abbiamo spaccato tutto il set, c’erano queste zanne d’avorio che abbiamo spazzato via, abbiamo rovesciato le sedie… Quentin rideva come un matto, e alla fine ci ha detto: “Eddai, ragazzi, non possiamo girarla così!”. Quindi l’abbiamo rifatta e abbiamo provato a trattenerci… e siamo finiti a insultarci, alla fine ho detto a Chris: “Ehi, ma se ci limitassimo a recitare?”. Al terzo tentativo eravamo tutti sudati e col fiatone, e continuavamo a ridere, e così la scena è venuta fuori in quel modo».

BM: Quando si è ritrovato sul set con Quentin, che ora è un regista famoso, com’era cambiata l’atmosfera?
MM: «Non è facile rispondere. La differenza fondamentale è che adesso ha dei giocattoli più grossi con cui giocare. Come passare dai Lego a un videogioco. Lui è sempre lo stesso, e non è facile. È come se fosse un cartone animato. Ma sa benissimo cosa vuole e come ottenerlo, e quando ha capito che la strada intrapresa era quella giusta è diventato ancora più infantile. Conosco molta gente che è passata da zero al massimo in poco tempo, ma lui è l’unico che non è diventato schiavo del successo, che non si è fatto travolgere. È difficile da spiegare, ma Quentin è in pieno controllo del suo destino, più di quanto lui si renda conto».

BM: Si è parlato spesso di un possibile film dedicato ai fratelli Vega…
MM:
«L’unica persona che conosce la risposta è Quentin! Una volta, dopo aver bevuto parecchia tequila, mi disse che avrebbe voluto fare un film sui fratelli Vega; voleva me e John (Travolta, ndr) nella parte dei gemelli di Vick (il Mr. Blonde di Le Iene, ndr) e Vincent (il personaggio di Travolta in Pulp Fiction, ndr), e voleva che la storia si svolgesse parecchi anni dopo, così da non doversi preoccupare del fatto che siamo invechiatio (ride). Appena usciti di galera, saremmo tornati a Los Angeles per vendicarci dei nostri gemelli morti. Mi sembrava un’ottima idea, ma dopo quei quindici giri di tequila non ne ho più sentito parlare».

BM: E Kill Bill 3?
MM:
«So che lo farà, ma non so che parte potrei avere io. Quando scrive un film, ogni personaggio ha una storia con qualche buco in mezzo. Ci sono delle parti della vita di Bud che non sono raccontate in Kill Bill 1 e 2, non c’era modo di raccontare tutta la sua storia. Ma non saprei che posto potrei avere in Kill Bill 3. Tra l’altro non gli ho chiesto personalmente di Kill Bill 3, quindi non so se lo farà davvero. Quentin è affezionato a Uma Thurman e ha sempre detto di voler girare un sequel ogni cinque anni, per seguire la vita della Sposa, ma non ne abbiamo mai parlato. Non so neanche se ci sarebbe posto per me. Ma chissà… In fondo è il mondo di Quentin, chi lo capisce è bravo».

BM: Quando la vedremo in un serial tv?
MM: «Il mondo della tv è controllato da gente che vive in alti grattacieli e prende tutte le decisioni. Mi considerano un attore di film e non mi considerano un potenziale attore tv, anche perché c’è molta politica nel casting delle serie tv. Devi mettere da parte la tua dignità e compiacere un gruppo di persone che decidono se vai bene o meno. È impossibile uscirne. Non puoi pensare di entrare in una stanza con dieci persone schierate che urlano in coro: “Vogliamo quel tizio!”. Hanno una paura tremenda di fare il passo sbagliato, sono dei codardi. Robert Blake disse che bisogna fare una serie tv quando la tua carriera sta esplodendo, non quando sta finendo».

BM: Lei in che genere di progetto si vedrebbe?
MM: «Vorrei fare una serie poliziesca, basata su un film che ho appena girato che si chiama Vice. Ma convincere una rete tv a farmi fare una roba del genere è praticamente impossibile. Sono burattinai, e se non sei un burattino non ti faranno fare nulla, credimi. Non è un punto di vista cinico, è la verità».

BM: Quindi non succederà mai, ci dobbiamo rassegnare…
MM: «Forse un giorno qualcuno sarà così furbo da offrirmi un ruolo in un serial, magari un poliziesco. E probabilmente farebbe molto successo. Ma ci vorrebbero un produttore e un regista illuminati per mettermi in uno show. Non voglio essere un personaggio secondario, voglio essere il protagonista. Se facessero una serie basata su Dirty Harry vorrei farla io. Oppure mi piacerebbe il ruolo di Steve McGarret in Hawaii Five-O, che però è stato ricreato per venire incontro al pubblico giovane, stravolgendo l’idea originale della serie. Avrei voluto fare Il fuggitivo, o Il cattivo tenente. Ma è il genere di show che spaventa la gente».

BM: Quando recita, quanta parte di lei infonde nel personaggio?
MM: «Dipende dal ruolo. Se interpreto un cecchino non vuol dire che io non veda l’ora di imbracciare un fucile e ammazzare della gente! Però riesco a capire la mentalità del personaggio. Ho recitato il ruolo di un padre in tre film, e lì non ho bisogno di fingere, perché ho cinque figli anch’io. Il segreto è trovare qualcosa di me nel personaggio che interpreto, perché recitare è fingere di trovarti in una situazione e reagire di conseguenza, solo che le reazioni le decide lo sceneggiatore. Ha senso quello che ho detto?».

BM: Direi di sì. Quando la vedremo fare uno Shakespeare, quindi?
MM: «Non ho in programma nessun Amleto, ma forse potrebbe essere emotivamente appagante. Perché diciamocelo, i personaggi di Shakespeare sono scritti molto bene, e sono interessanti da un punto di vista quasi mitologico, e io potrei anche funzionare in uno di quei ruoli! Però non è il genere di lavoro che mi offrono di solito… e poi non credo il teatro paghi bene (ride). E io ho una famiglia numerosa da mantenere!».

BM: Lei sembra una persona che dice sempre quello che pensa. C’è qualcosa su cui non le piace dire la verità?
MM: «Be’, non parlo mai dei miei figli. Per il resto cerco di non mentire mai, il che mi ha messo nei casini in passato; a volte ho perso un lavoro per questo. Non mi piacciono i colleghi che fanno finta di essere “politicamente corretti” ogni volta che aprono bocca. A volte mi chiedo se lavoro di meno perché non sono bravo nelle pubbliche relazioni… o forse è per via delle mie camicie!». (Foto Kikapress)

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