Con Smetto quando voglio, Forever Young, Al posto tuo, Noi e la Giulia, è diventato in pochi anni uno dei volti più noti e apprezzati della commedia italiana. Ma non solo, perché con Cuori Puri ha svelato delle sfumature drammatiche davvero convincenti. Ora Stefano Fresi torna al cinema con La casa di famiglia (in uscita il 16 novembre): un film che interseca ironia e malinconia, e a cui è molto legato. Per parlarne raggiungiamo l’attore al telefono durante una pausa dalle riprese, in Sardegna, della nuova produzione di Paolo Zucca L’uomo che comprò la luna. E l’occasione è buona pure per scherzare della sua somiglianza con Giuseppe Battiston…

Di cosa parla La casa di famiglia?
«La vicenda ruota attorno a quattro fratelli, dei ragazzi irrisolti e spianatati. Il risveglio del padre dal coma e la necessità di riportarlo in quella casa che loro stavano per vendere innescherà una serie di situazioni divertenti, ma soprattutto obbligherà questa famiglia sfaldata e sfibrata a ritessere i propri rapporti».

Tu come sei stato coinvolto in questo progetto?
«Il motivo si chiama Augusto Fornari, ossia il regista del film. È lui il motivo per cui faccio questo lavoro; è lui che, a 17 anni, mi ha fatto innamorare perdutamente del teatro. Insomma ci conosciamo sin da ragazzini e fare questo film insieme è stato come raccogliere i semi che abbiamo iniziato a seminare anni e anni fa. Il primo giorno di set, al primo ciak, ci siamo abbracciati e ci siamo commossi, quasi mi commuovo anche ora a raccontartelo».

Conoscendovi bene, immagino che anche la fase di preparazione sarà stata un’esperienza molto condivisa.
«Assolutamente. Augusto ha voluto che seguissi i vari stadi della pre-produzione dalla scelta degli attori alla riscrittura della sceneggiatura sino alla costruzione del mio personaggio che, come me, è un compositore».

Nel film sei il gemello di Libero De Rienzo, con il quale hai un rapporto molto forte anche fuori dal set.
«Sì, siamo molto legati, ci consideriamo fratelli anche nella vita vera. Nella saga di Smetto quando voglio i nostri personaggi non interagivano molto, mentre qui abbiamo avuto l’occasione di lavorare davvero insieme».

A proposito di gemelli, avete pensato di chiamare Giuseppe Battiston vista la somiglianza che vi lega?
«Con Beppe abbiamo parlato più volte della possibilità di interpretare due gemelli ma non per questo film. Ci conosciamo, c’è stima reciproca e ridiamo tantissimo di questa nostra somiglianza. Ci divertiamo come due bambini su questa cosa, tipo che ai David di Donatello ci sediamo vicini per depistare gli spettatori, oppure per strada firmiamo autografi l’uno per l’altro: io per Perfetti sconosciuti e lui per Smetto quando voglio!».

A parte gli scherzi sarebbe bello vedervi in un film insieme.
«Prima o poi accadrà, ci stiamo lavorando, Battiston (foto sotto, ndr) è un attore di cui ho una stima infinita. E comunque non è così vero che sembriamo gemelli, lui ora è molto dimagrito e non siamo uguali, semplicemente abbiamo una fisicità simile: siamo entrambi grossi e con la barba».

Tornando al film, dato che la casa di famiglia non è una semplice ambientazione ma quasi una sorta di personaggio, sarà stato fondamentale trovare la villa giusta. Voi dove l’avete trovata e che caratteristiche aveva?
«Abbiamo girato in questa villa nei pressi di Malagrotta, una casa bella ma un po’ malandata, doveva dare l’idea di un luogo vissuto. La casa è un personaggio fondamentale, perché tutti noi che dal di fuori sembriamo così diversi al suo interno riusciamo a ritrovarci e a rispecchiarci. Quel luogo dimostra come questi fratelli abbiamo qualcosa in comune, una storia che li lega».

Quando il padre si risveglia dal coma, i quattro fratelli vanno a caccia dei vecchi arredi della casa di famiglia, ma anche del vecchio cane…
«E sì, è una cosa molto divertente. Ovviamente non riusciranno a recuperare il vecchio cane; ne trovano uno simile ma con un carattere completamente diverso… Nella realtà è il cane di Augusto e Toni (il regista e lo sceneggiatore, ndr), che poi è il cucciolo di un cane che avevo a casa mia: questo per farti capire da quanto tempo ci conosciamo io e Augusto».

Nel film si mente spesso a fin di bene. Domanda marzulliana: esistono bugie buone o bisogna sempre dire la verità?
«Io sono un grande fan della verità. La verità può implicare sofferenza, ma se questa sofferenza è costruttiva per il miglioramento della vita di una persona a cui teniamo, abbiamo il dovere morale di dire la verità. Se invece ci accorgiamo che questa verità è solo un danno per l’altro, forse una piccola bugia è necessaria, insomma è un’omissione per soccorso».

A novembre esce in sala anche Smetto quando voglio – Ad Honorem. Il primo capitolo è stato una rivelazione con un ottimo riscontro di pubblico e critica. Il secondo è stata un’operazione molto coraggiosa di costruire una saga all’americana, ha avuto sempre buone recensioni ma il pubblico è un po’ calato. Come mai secondo te?
«Il primo episodio ha avuto un tam tam fortissimo, un grande passaparola. Sul due, forse, si erano create delle aspettative fuorvianti su una certa comicità quando in realtà il film affrontava dei temi tosti e attuali; insomma il due era di natura diversa dal primo e il terzo sarà ancora più autoriale, nonostante si rida. Ad Honorem è molto riflessivo e secondo me Sydney Sibilia (il regista, ndr) ha fatto bene a dare questa gamma di sfumature, di colore. È una saga di spessore, altrimenti sarebbe stata una copia di Una notte da leoni. Sarà un successo e posso dire che la trilogia nel suo insieme secondo me è molto equilibrata».

Ora che questa avventura si sta concludendo, guardandoti indietro, perché secondo te è stato un esperimento importante per il cinema italiano? Noi giornalisti ripetiamo spesso che quel film ha spianato la strada a tutto un nuovo cinema italiano fatto di giovani autori di talento come Matteo Rovere (Veloce come il vento) e Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot). Tu che hai vissuto quest’esperienza dall’interno come la vedi?
«Smetto quando voglio ha portato una ventata di novità enorme, e sì ha reso possibile che le case di produzione ricominciassero ad assaporare il gusto del rischio. Personalmente ti posso garantire che fino a non molto tempo fa nessuno avrebbe accettato di fare un film tutto girato in una stanza, senza esterni, basato solo sui dialoghi, con otto persone sedute a un tavolo. Ti avrebbero detto: “Ma no! Non c’è azione, non c’è movimento, che noia…” E così ci saremmo persi quella perla che è Perfetti sconosciuti: un film meraviglioso, degno della più nobile commedia italiana. Smetto quando voglio ha preparato il terreno per Jeeg Robot, per Perfetti sconosciuti e anche per questo film molto sperimentale che sto facendo ora: La befana vien di notte. È un’opera coraggiosissima e non a caso lo sceneggiatore è Nicola Guaglianone (penna di Jeeg e anche di Indivisibili)».

Negli ultimi tempi, e penso a Cuori puri di Roberto De Paolis, Una vita in cambio Roberto Mariotti, 9 Lune e mezza di Michela Andreozzi, La casa di famiglia di Augusto Fornari, hai partecipato a molte opere prime. Una coincidenza? Oppure c’è qualcosa che ti affascina nei debutti e nei giovani registi?
«Io sono un grande sostenitore dei giovani. E comunque per me l’importante è lavorare su una buona storia indipendentemente da chi l’abbia scritta, che siano Age-Scarpelli o un ragazzo appena diplomato al Centro Sperimentale. Detto questo, quella di Cuori puri è stata un’esperienza bellissima: Roberto De Paolis mi ha fatto innamorare del suo progetto, di questo film piccolo, indipendente, fatto con pochi mezzi ma con grande passione che è arrivato fino al Festival di Cannes. Il film di Mariotti aveva un budget ancora più ridotto ma anche lì stanno arrivando buoni riscontri da diversi festival. Io faccio questo lavoro per amore, ho il privilegio di vivere della mia passione, e scelgo solo i progetti che mi piacciono. E poi guardo l’aspetto positivo: se si sparge voce che Fresi porta bene, mi chiameranno sempre, farò le opere prime di tutti e lavorerò sempre!».

Su Wikipedia alla voce Stefano Fresi c’è scritto “compositore e attore italiano”. La tua carriera di attore è ben nota, invece quella di compositore un po’ meno: ci puoi raccontare un po’ cosa stai facendo in questo ambito?
«Certo. Oltre a recitare, io continuo a scrivere musica e ultimamente ho fatto le musiche di scena per lo spettacolo L’isola degli schiavi che è andato in scena al Piccolo Eliseo e di cui ero anche attore. Continuo poi a collaborare con Sky e con la FramebyFrame: per loro, in passato, avevo composto la sigla di Romanzo criminale».

Dato che sei anche cantante, ti piacerebbe fare un musical? Io ti avrei visto benissimo in Ammore e malavita ad esempio… Lo hai visto?
«Purtroppo no! Ora sono qui in Sardegna dove i film arrivano un pochino dopo, ma andrò sicuramente a vederlo anche perché nel cast c’è Carlo Buccirosso che io ritengo uno dei più grandi attori in Italia. E poi sulla possibilità di fare un musical… perché no, non mi precludo nessuna possibilità».

Come spettatore che film e serie tv ti piace guardare?
«Per fare questa intervista ho appena interrotto una puntata di Stranger Things. Poi sono stato un grande fan di Breaking Bad e guardo sempre quello che fanno i miei amici e colleghi: sono sempre al cinema a vedere i loro film».

Un personaggio di qualche film recente che sarebbe piaciuto interpretare?
«Uno di quei bei cattivoni dei cinecomic Marvel. Oppure un personaggio qualsiasi, anche uno di quelli che indossa sempre una maschera, della saga di Star Wars: va bene chiunque, l’importante è entrare nel mito e fare un viaggetto sul Millennium Falcon. Poi mi possono anche uccider con una spada laser che io sono felice lo stesso».

Un regista con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?
«Con Paolo Genevose ne abbiamo parlato e spero che in futuro si concretizzi questa possibilità. Un regista con cui invece non ho mai discusso di una collaborazione ma con cui vorrei collaborare tantissimo è Paolo Virzì. E un altro che amo alla follia è Nanni Moretti».

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