C’è un momento in cui il successo smette di essere un episodio e diventa un caso. E con Io sono la fine del mondo, primo film da protagonista di Angelo Duro, siamo decisamente in quel territorio. Campione d’incassi al botteghino — tra i pochi titoli italiani a tenere testa ai blockbuster americani in questo 2025, con poco più di 9 milioni di euro d’incasso — e ora primo nella classifica dei film più visti su Netflix, Duro ha dimostrato che sì, si può riempire le sale e conquistare lo streaming con un personaggio che non chiede di essere amato, piuttosto tollerato nella sua misantropia feroce. E allora la domanda sorge spontanea: stiamo assistendo alla nascita del “nuovo Checco Zalone“?
Paralleli se ne possono fare, tanto più che questo 2025 verrà aperto da Angelo Duro e chiuso dal nuovo attesissimo film del fenomeno italiano, del quale è stato recentemente svelato il titolo. Entrambi provengono dal cabaret e dalla televisione comica di nicchia (Zelig per uno, Le Iene per l’altro), entrambi hanno trovato nella solitudine del palco teatrale un’arma per affinare il proprio linguaggio. E soprattutto: entrambi sono riusciti a portare al cinema personaggi sempre uguali a se stessi, figli di un’identità comica netta e intransigente.
Il primo film di Zalone, Cado dalle nubi, è stato un discreto successo, anche se lontano dagli exploit clamorosi che hanno reso il comico pugliese padrone assoluto del botteghino italiano: nel 2009 quel debutto sul grande schermo è valso 14,1 milioni di euro, un incasso in linea con quello di Io sono la fine del mondo. Quello di Duro è un esordio che si può considerare vincente, specie considerando il contesto post-pandemico, un mercato frammentato e la particolare campagna marketing su misura che è stata portata avanti da Vision Distribution – zero attività stampa, pagine sui giornali comprate per far disegnare i bambini, insomma, un lancio provocatorio come lo è lui.
Come Checco Zalone, quindi, Angelo Duro è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni o di essere venduto, perché è il suo nome a far staccare il biglietto. Con 120 spettacoli teatrali sold out, Duro non si è presentato al cinema da sconosciuto, ma forte di un seguito affezionato al suo personaggio nichilista, aggressivo, sgradevole per statuto, che non cerca consensi ma resistenza. Un dettaglio, questo, che lo rende in parte diverso da Zalone, che ha costruito il suo impero sull’ironia trasversale, capace di far ridere tanto i boomer quanto i ventenni. Questo stile lo rende geniale o indigesto, a seconda dei gusti. Ma sarà un limite alla sua ripetibilità?
Mentre Zalone ha saputo reinventarsi senza mai snaturarsi — dal meridionale naïf di Cado dalle nubi al satirico feroce di Quo vado? e a quello più politicamente impegnato di Tolo Tolo, suo esordio alla regia — Duro ha un solo registro, una sola maschera che è potente sì, ma è ancora da valutare quanto durerà prima che diventi una gabbia. Il pubblico italiano, si sa, ama l’antieroe ma solo se non esagera: la cattiveria di Duro è spietata e senza appello, e questo potrebbe renderlo un fenomeno più simile a un evento che a una costante.
Per il momento non ci sono notizie su un prossimo film da protagonista di Angelo Duro dopo Io sono la fine del mondo, quindi la controprova al momento deve farsi attendere: se saprà evolversi restando fedele a se stesso, come ha fatto Zalone diventando il numero uno al box office italiano (nella Top 10 dei maggiori incassi ci sono 4 film suoi e Quo vado? con 65 milioni di euro è vicinissimo ai 68 milioni di Avatar), o se resterà incastrato in un personaggio che funziona una volta sola. Per ora ha vinto la prima partita, vedremo se saprà giocare il campionato.
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