Il clown assassino in It, versione 2018

It, il romanzo di Stephen King da cui è tratto il film di Andy Muschietti, è stato pubblicato nel 1986, ed è ambientato per metà negli anni ’50 e per metà nel presente. Che trent’anni dopo esca un film ambientato negli anni ’80 è quindi prima di tutto una questione di simmetria, come se la misura e il metodo della nostalgia fossero rimasti gli stessi: la creazione di una memoria sentimentale (e artificiale, anche per un americano: Derry, dove accade la storia, è un paese immaginario) che riporta all’adolescenza un paio di generazioni e ripete i riti di passaggio all’età adulta.

Non è finita qui: It usciva infatti un anno dopo il film dei Goonies, così come stavolta è passato un anno dalla prima stagione di Stranger Things. Sono tutte coincidenze (i tempi di produzione di un film, come quelli di un libro, non permettono malizie), ma è evidente come la malinconia di un posto che non esiste (perché è uno stato d’animo), si sia trasformata nella malinconia della malinconia di un posto che non esiste (perché mentre vivevamo quello stato d’animo vedevamo quei film).

Tutto questo per dire che ogni generazione guarderà l’It di Muschietti in modo contemporaneamente simile e diverso – il che vale sempre, ma vale di più in questo caso.
Di base, chiariamolo, è un horror commerciale, con jump scare orchestrati ad arte e un mostro da sconfiggere, e da un certo punto di vista non è altro che l’ennesimo scary movie della Warner pronto per essere serializzato (ultimamente da quelle parti non ne sbagliano una: pensate alla saga milionaria di The Conjuring e agli spinoff di Annabelle). Dall’altra parte questo mostro in particolare, oltre a essere l’incarnazione di una paura molto specifica e abbastanza diffusa – quella dei clown, su cui pure American Horror Story ha costruito almeno un paio di stagioni -, è anche un’allegoria potente e precisa del punto di congiunzione tra le minacce reali e quelle immaginarie dell’adolescenza, e quindi delle paure da elaborare e affrontare per diventare adulti.
Questo è sempre stato il suo punto di forza e la ragione principale per cui in tutte le sue incarnazioni, compreso il mediocre film TV di inizio anni ’90, It ha avuto successo.

La domanda diventa allora: che servizio fa Muschietti a questa allegoria? E la risposta è: molto buono. C’è più amore nella costruzione dei personaggi che degli spaventi, ed è uno scambio che accettiamo volentieri. Ovvero: sono molto più spaventati i personaggi di quanto lo siamo noi come pubblico, perché l’atmosfera funziona più dei singoli accadimenti, cioè l’indizio è più interessante della prova.
Il cast è perfetto: ogni personaggio è uno stereotipo sbozzato con amore, una caricatura in cui riconosciamo una verità (nonostante il terribile doppiaggio italiano). Bill, Ben e Beverly (Jaeden Lieberher, Jeremy Ray Taylor e Sophia Lillis, che avrà una carriera pazzesca), in particolare, sono il centro di un triangolo emotivo che è il sostegno su cui tutto il film si appoggia – e si sa che se funziona quell’alchimia lì, in un coming of age, il film l’hai portato a casa.
Bravo è anche Bill Skarsgård, che mette nel suo clown una specie di vuoto spaventoso e una nota infantile, come se davvero il mostro non esistesse senza ciò che su di lui proiettano i ragazzi.

Per chiudere è interessante fare un confronto tra It e Super 8, che è il film che gli assomiglia di più per il modo in cui confonde memoria del cinema e memoria della vita. Ecco, qui il lavoro di Muschietti, che funziona meglio su tutta la linea, manifesta la sua qualità, perché J.J. Abrams – in questo caso come con Star Trek o Star Wars – non riesce mai a mascherare del tutto il prodotto industriale dentro il sogno cinefilo.
Mentre It sì.

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