Pio (Pio Amato), adolescente rom di quattordici anni, è figlio di una periferia controversa, carica di privazioni e situazioni estreme. Vive a Gioia Tauro, in Calabria, con la sua famiglia, in una comunità dove i bambini fumano e bevono fin dalla tenera età e anche solo una vaga idea di futuro è impensabile e inapplicabile. Quando suo fratello maggiore Cosimo finisce in galeria, l’infanzia di Pio accelera però all’improvviso, facendo precipitare la propria maturazione forzata in un baratro ancora più privo di vie di fuga e prospettive di affrancamento.

Jonas Carpignano è una creatura del Festival di Cannes al cento per cento, uno dei tanti figli adottivi che la rassegna francese genera e coccola, accompagnandone le varie fasi di crescita e di maturazione artistica. Carpignano, nato a New York da madre afroamericana e padre italiano, rientra a pieno titolo in questa categoria selezionata di registi: nel 2014 proprio un cortometraggio da lui firmato e intitolato A Ciambra trova posto alla Semaine de la Critique, sezione nella quale l’anno successivo il giovane cineasta torna con Mediterranea, film del quale la critica italiana ha parlato onestamente fin troppo poco, in rapporto al suo valore.

Nel 2017, infine, ecco arrivare un lungometraggio omonimo, ampliamento proprio di quel cortometraggio originario ambientato in una comunità rom in periferia della provincia di Reggio Calabria (intatto è anche il protagonista, il giovane Pio): una marginalità che Carpignano racconta con forza e potenza, ad altezza di bambino e grazie al vigore garantitogli da uno stile documentaristico ed equidistante, carico di realismo sfrontato e di etica dello sguardo, di degrado accecante ma anche di sincero affetto per i personaggi raccontati, interpretati in maniera sorprendente da degli attori non professionisti.

Plasma la realtà in maniera neorealista, Carpignano, con purezza e densità, tanto nei singoli passaggi narrativi, scanditi con impressionante solidità di racconto, quando nell’adesione ai corpi e alla lingua (arcana, indistinguibile, rituale) di un universo antropologico serrato e inavvicinabile dall’esterno, radicale e chiuso in se stesso. Una scorza superficiale nella quale il regista riesce a insinuarsi attraverso un delicato, ma non per questo non d’impatto, lavoro di verosimiglianza, che investe ciò che sta davanti la sua macchina da presa a 360°.

Rispetto alla media del cosiddetto cinema del reale, basto su storie e spunti non trattati secondo i procedimenti canonici del cinema di finzione, Carpignano dimostra, con questo film già maturo nonostante l’ostinazione e la ripetitività di alcuni passaggi, di possedere una grandissima visione d’insieme e un’abilità immaginifica non da poco, che non teme confronti importanti e ingombranti (I 400 colpi di Truffaut, riferimento diretto di A Ciambra) e innalza sopra ogni altra cosa la verità dei volti e degli ambienti, non permettendo mai alla propria ricerca sul campo di farsi giudizio moralistico e supponente.

In A Ciambra non c’è solo, dunque, un notevole spessore antropologico ed etnografico – non sembra mai di guardare un microcosmo dall’esterno, ma pare sempre di essere catapultati al suo interno per il collo – ma anche tantissimo talento nel lavorare su un’estetica scabra e attenta alla forma, che consente allo spettatore di identificarsi e di aderire epidermicamente ai personaggi attraverso suggestioni fisiche e ritmiche popolari che non si dimenticano.

Come impedire, infatti, alla scena del funerale e alla sua sequela di primi piani di tatuarsi nella memoria, per tacere della sequenza notturna con cavallo e falò e delle silenziose lacrime finali di Pio? Squarci di cinema purissimo, che certificano un talento del nostro cinema sempre più da tenere d’occhio. Cannes, nella fattispecie, sembra già essersene accorta da tempo.

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