Assistere a una performance teatrale nello Studio One dei Trafalgar Studios di Londra è una di quelle esperienze che, almeno una volta nella vita, bisognerebbe provare. Ancora di più lo è assistere alla messa in scena della versione di Jamie Lloyd del shakespeariano Macbeth interpretato da James McAvoy (Wanted).
Se state pensando al classico teatro con un bel palcoscenico di legno e uno spettacolo con costumi seicenteschi, beh, siate lontanissimi anni luci da ciò di cui stiamo parlando.
Dopo essere entrati nell’atrio degli Studios, preparatevi a un lungo percorso in cui attraverserete non solo, come in tutti i teatri, bar e punti di ristoro; ma anche il dietro le quinte e gli accessi riservati agli attori per ritrovarvi sulla vostra comoda poltrona rossa trafitti da un set dove non esiste palcoscenico e dove il pubblico circonda lo spazio riservato alla scena.
Gli attori si muovono tra il pubblico e, se ci si trova in prima fila, più volte bisogna spostare i piedi perché non ve li calpestino.
Una volta accomodati, l’aria che si respira è inquietante; tutto è arrugginito, polveroso e la temperatura è quasi gelida. Anche i suoni creano un senso di ansia e apprensione. L’ambientazione è post apocalittica, lo scenario sembra quello de L’alba del giorno dopo. Maschere antigas, colbacchi, asce e sciabole, mimetiche e fucili di precisione: questo è il Macbeth di Lloyd.
I temi familiari di avvicinamento alla fine del mondo (incertezza, gente disposta a tutto per la sopravvivenza, l’importanza della fiducia ma la sfiducia frequente) potrebbero sembrare un espediente, ma funzionano perfettamente. Il pubblico è così costretto a mettere in discussione la storia familiare di Macbeth, chiedendosi: “Cosa succederà alla fine?
Si è scritto molto su questo Macbeth, ritenendo McAvoy troppo giovane per poterlo interpretare.
Alla seconda scena avevo capito che 33 anni, invece, è proprio l’età perfetta: giovane abbastanza per essere così ambizioso, ma anche vulnerabile alle manipolazioni altrui; e al contempo abbastanza vecchio per avere il potere e l’influenza per poter dare il via al suo progetto.
La realtà è che James McAvoy regala un Macbeth pieno di potere e gloria; ma anche pieno di difetti e debolezze. Con l’esperienza di chi non solo ha all’attivo film internazionali del calibro di X-Man: l’inizio, ma anni di studio e gavetta, ha magistralmente trasformato il personaggio, riducendone la parte umana e costruendo un mostro con uno slancio feroce in ogni scena, spingendo Macbeth sempre più vicino alla sua autodistruzione.
È stato incredibile osservare come McAvoy sembrava addirittura crescere in statura, come in quei primi effetti tanto cari a Méliès e alla storia del cinema. Il momento più toccante è sicuramente il famoso soliloquio “Domani, domani, domani” dove Macbeth viene a sapere, prima della battaglia, della morte della moglie.
Il fatto che la scelta sia stata quella giusta lo dimostra inoltre la nomination per i londinesi “Olivier Awards” in cui, il 28 aprile, McAvoy contenderà il titolo come miglior attore a, tra gli altri, Rupert Everett (a teatro con Il bacio di Giuda di Oscar Wilde).
Scena dopo scena lo scenario diventa sempre più grandguignolesco e, se si è seduti nelle prime file vicino al passaggio degli attori, è facile ritrovarsi schizzati di sangue; soprattutto quando, per uscire, si passa per lo stesso corridoio insanguinato.
Poi vi è la morte di Macbeth che è così realistica da far trattenere il fiato per alcuni secondi: in quel momento si capisce perfettamente il perché, durante alcune performance, vi siano stati svenimenti in platea.
La connessione tra gli attori funziona alla perfezione, come se si conoscessero da anni; così come la connessione con il set: a volte si confondono con la sporcizia e poi improvvisamente appaiono, cogliendo il pubblico di sorpresa e spostandosi come un mare in tempesta.
Due atti, 3 ore circa di rappresentazione; uscire all’aria aperta e vedere la gente gremire Trafalgar Square dà un senso di liberazione; per alcuni momenti sembra di essere passati da un mondo ad un altro; come se si fosse trattato di un sogno; ma, le impronte insanguinate che le scarpe lasciano sul marciapiede, sono la prova che tutto è stato davvero vissuto.
In scena fino al 27 di aprile. Purtroppo tutte le rappresentazioni sono sold out.
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