È luogo comune che nessuno, neppure i migliori executive degli Studios hollywoodiani, abbiano la formula del film di successo. Ogni film e ogni progetto produttivo si portano dietro un certo margine di incertezza. Più gli investimenti crescono e si polarizzano su pochi titoli, e più quel margine di incertezza diventa pericoloso: i fallimenti di operazioni commerciali come John Carter e The Lone Ranger rischiano di mettere in ginocchio un’azienda. Come ridurre l’incertezza? Sequel, remake, supereroi. E James Wan.

James Wan ha diretto 6 film, di cui 5 horror (Saw, Dead Silence, Insidious, The Conjuring e Insidious 2). La somma dei budget di questi ultimi non arriva a 50 milioni, mentre gli incassi superano i 600 milioni. Grazie a Saw e Insidious, si è inoltre fatto la fama di “Mister 50 milioni”, ovvero la cifra che riesce a incassare negli Stati Uniti con un solo milione di dollari di budget, una cifra da cinema indie, e pure di fascia bassa.

Piccolo inciso. Poche settimane fa ero a New York e sono entrato in una multisala: in due degli schermi più grandi erano programmati in contemporanea The Conjuring e Insidious 2. Sarebbe già strano vedere due film dello stesso regista in competizione tra loro, ma lo è molto di più considerando che sono entrambi horror, che non siamo ad Halloween, e che in pratica di tratta dello stesso film – con poche varianti. Una casa infestata, possessioni demoniache, una famiglia in pericolo. Eppure tutti e due i film hanno avuto un enorme successo: The Conjuring ha incassato in patria 137 milioni, il sequel di Insidious 74.
Oltre ad essere un caso commerciale impressionante, è la testimonianza che c’è un’audience disposta ad assorbire tutto quello che Wan fa senza soluzione di continuità, in una prospettiva seriale quasi televisiva, come se si trattasse delle costose puntate di un unico format.

E cosa fa James Wan che piace così tanto al pubblico (soprattutto il pubblico dei teenager, quello che alza l’asticella degli incassi)? Fa American Horror Stories, incarna la tradizione. Lavora di zoom e carrelli, più qualche piccolo dolly, negli spazi domestici: percorre scalinate e corridoi, entra ed esce dalle enormi stanze da letto delle vecchie villette coloniali che popolano i quartieri residenziali. Mostra poco, o niente, per quasi metà film: lascia crescere la tensione, si prende i suoi tempi. Preferisce l’effetto artigianale al digitale fatto e finito. Non c’è davvero niente in questo cinema che non sia lo studio di altro cinema, talento per il timing, amore per le giostre. È vero e proprio modernariato, come evidenzia anche tutto l’armamentario di maschere, bamboline, pizzi e gracchiante mobilia.
Tutto questo al servizio di un’idea, quasi una sola: ogni fobìa è legata alla perdita (o alla confusione) dell’identità, diventa subito panico.

Insidious 2 è quanto detto, con in più una buona gestione della storia: è un sequel vero. Parte dalla fine del primo film, con il papà che viene posseduto dallo spirito della donna velata e la sensitiva morta stecchita. E mette quindi in scena una famiglia in balìa di un genitore folle, indagando al contempo sulle origini della maledizione. Tanti flashback, un loop temporale perfettamente funzionante (che coinvolge anche il primo film), e diverse belle sequenze di pura suspence. Niente di più, niente di meno.
Per ora il pubblico gradisce: vediamo quanto dura.

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