Nel momento in cui scriviamo il superbo Scappa – Get Out, satira sociale su un’America razzista (in Italia dal 18 maggio), ha appena superato i 160 milioni di dollari al boxoffice Usa. L’horror diretto dallo sceneggiatore e regista Jordan Peele, qui al suo primo lungometraggio, stabilisce un record e, scalzando The Blair Witch Project dal podio, diventa il debutto cinematografico basato su uno script originale ad aver incassato di più nella storia del cinema. Non male per una pellicola costata appena 4,5 milioni di dollari. «Sapevo che sarebbe piaciuto al pubblico, ma non così tanto! È stata una grande sorpresa» ci racconta al telefono da Los Angeles un entusiasta Jason Blum, produttore del film tramite la sua Blumhouse, la società fondata nel 2000 e all’origine di successi come Paranormal Activity, Insidious, La notte del giudizio e Whiplash, solo per citare i più clamorosi. Al punto che il “metodo Blum” è ormai diventato un modo comune per riferirsi a progetti a basso budget ma con un concept così forte da catalizzare la fantasia degli appassionati e incendiare il botteghino, generando utili clamorosi. Facile a dirsi più che a farsi, eppure di ciambelle col buco ormai questo produttore losangelino di nemmeno 50 anni ne ha sfornate parecchie, basti ricordare che prima del fenomeno Get Out aveva appena finito di rilanciare la carriera di M. Night Shyamalan con The Visit e soprattutto Split. La sua ultima creatura – Scappa – Get Out – racconta invece il weekend da incubo di Chris (Daniel Kaluuya), un ragazzo di colore che va a conoscere i genitori di Rose, la sua fidanzata. «Hai detto ai tuoi che stai con un nero?» le chiede all’inizio del film, ottenendo in cambio una risata. Perché preoccuparsi? In fondo suo padre avrebbe votato Obama per un terzo mandato, se fosse stato possibile. Naturalmente il giovane scoprirà una verità tutt’altro che piacevole.
Come ti spieghi una simile accoglienza?
«È un’idea nuova, mai vista prima d’ora. È facile fare un film originale ma brutto, mentre è più difficile raccontare qualcosa che abbia un impatto sul pubblico. Inoltre in questo periodo si parla molto di temi come razzismo, confini e differenze di genere. Abbiamo toccato un nervo scoperto».
La capacità di affrontare questioni socio-politiche fa parte del genere horror, a cominciare da John Carpenter e George A. Romero.
«È vero e questo è anche uno dei punti di forza di La notte del giudizio, che parlava di divisione di classe. Credo che proprio quel film abbia ricordato agli spettatori che ci sono storie che, oltre a farti saltare sulla poltrona, hanno qualcosa da dire. Il cinema dovrebbe intrattenere, certo, ma se riusciamo anche a infilarci dentro un messaggio significativo, tanto meglio».
Jordan Peele era famoso soprattutto per Key & Peele, una serie di sketch comici. In Get Out c’è un ottimo equilibrio tra suspense e commedia.
«Sono convinto che gli horror siano più efficaci quando offrono al pubblico dei momenti per rilassarsi. In Paranormal Activity 3 c’era quasi lo stesso numero di battute e di momenti terrificanti, così come anche in Insidious. Se lo spettatore si distende, è più facile coglierlo di sorpresa».
Pensi che oggi sia più difficile riuscirci?
«Sì, perché il pubblico ha una grande cultura alle spalle grazie a tutti i film che sono usciti prima del nostro. Dobbiamo avere inventiva, non possiamo più accontentarci di una famiglia intrappolata in una casa infestata dai fantasmi. Ecco perché Get Out piace tanto, perché ti spaventa in un modo diverso. È una sfida che mi diverte».
Tutti i tuoi film partono da situazioni normali, quotidiane. È questo che li rende così spaventosi?
«Decisamente. Noi non usiamo grandi effetti speciali, preferiamo raccontare storie con cui il pubblico si possa identificare e che, secondo me, fanno molta più paura di qualsiasi mostro creato in CGI».
Essendo tu un esperto di horror, ti è più difficile spaventarti al cinema?
«Diciamo che la qualità deve essere molto alta per sorprendermi. Gli ultimi che mi hanno fatto tremare sono stati Split (da lui prodotto, ndr) e L’evocazione».
La filosofia della tua Blumhouse è di realizzare film a costi molto contenuti e alto rendimento. Come funziona?
«Se fai un film senza spendere cifre immense puoi permetterti di correre dei rischi. Get Out, Split e La notte del giudizio, tutti basati su idee particolari, non sarebbero mai stati realizzati attraverso il classico sistema hollywoodiano, dove devi investire 30 o 50 milioni di dollari. Mantenere un budget basso ci garantisce più libertà creativa. Inoltre nessuno guadagna a meno che il film non sia un successo commerciale».
L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di maggio, in edicola a fine aprile.
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