Sembra niente, poco più di dieci minuti dentro un rito orchestrato dagli uffici stampa, un rito che film dopo film si ripete all’infinito. E invece dentro ogni incontro, dentro ogni intervista e roundtable, se guardi bene, c’è un pezzettino irripetibile della storia di un attore. E così Jennifer Lawrence, quando siede di fronte ai microfoni, che quasi è pranzo, in questo elegantissimo albergo romano, mostra di sé probabilmente più di quanto vorrebbe. È bellissima, con il caschetto biondo appena rifatto e il giubbino di pelle stretto in vita, ma appena un po’ rigida, sorridente a fatica. Ha 23 anni e un incredibile premio Oscar alle spalle, una lista infinita di progetti indipendenti o commerciali davanti. Non vive di sicuro questo momento con la serena spavalderia dell’amico Josh Hutcherson, né con l’autocontrollo divertito, da baby prodigio, del collega Daniel Radcliffe. Sembra in un certo senso estranea al successo – non restìa, piuttosto aliena. Proprio come la sua Katniss quando compie il Victory Tour che copre la prima metà di Hunger Games: la ragazza di fuoco. 

Jennifer, sei nel bel mezzo del tour promozionale del film e in ogni città ci sono centinaia di ragazzi che ti aspettano, spesso passando la notte sotto le stelle distesi accanto a un red carpet, come è capitato qui a Roma. Che effetto ti fa tutto questo?
«Non credo davvero siano qui per me. È il personaggio di Katniss che è incredibile e rende facile alle persone rapportaglisi direttamente. Ma se lo interpretasse un’altra attrice sarebbe lo stesso».

Qual è la forza di questo personaggio?
«La sua forza sono le sue debolezze, le sue paure. Il fatto che vuole risolvere in qualche modo la situazione ma usando la minor violenza possibile».

Come Katniss, anche tu sembri essere diventata un simbolo per le persone quasi tuo malgrado. Come vivi questa situazione? Sei combattuta come lei?
«Credo si debba mettere tutto in prospettiva. È vero che in certi momenti devo mordermi la lingua: quando sei famoso è complicato difendersi da tutto quello che la gente dice di te, e per esempio è molto doloroso quanto sento dire o leggo che “faccio la diva”. Ma la fama è una cosa da cui non puoi tornare indietro e io cerco di tenere Katniss fuori dalla mia vita, perché non voglio nemmeno sembrare il tipo di persona che non è contenta di ciò che le succede. Lei è combattuta tra l’orrore che prova quando si tratta di usare la violenza e l’opportunità di trasformare il mondo in un posto migliore. Mentre io faccio il lavoro che amo e che ho scelto».

Quindi non c’è niente che non ti piaccia del tuo lavoro?
«Beh, ho solo 23 anni e ci sono persone che scrivono tutto quello che dico, altre che mi prendono come modello.  Tutto questo alle volte mi spaventa».

Che differenza c’è tra te e queste ragazze, o comunque con i giovani della tua età?
«Credo di essere simile a loro quasi in tutto, tranne per il tipo di lavoro che faccio. Per il resto non mi sento diversa in nulla».

Pensi che ti potrebbe mai venire a noia questo personaggio, dovendo interpretarlo in quattro film?
«Quando ho fatto il primo film onestamente pensavo che potesse accadere, ma in realtà da uno all’altro il personaggio evolve: è come se prima avesse un crollo e poi si ricostruisse pian piano».

Uno dei temi principali della saga di Hunger Games è la critica a un certo tipo di intrattenimento, soprattutto televisivo, come i reality show. Che ne pensi?
«Guardo la cattiva televisione come fanno tutti. Credo che esista una necessità innata nelle perone di farsi scioccare, e che il “fattore shock” cresca costantemente. È una cosa che è dentro di noi, e temo non ci si possa fare niente».

Come ti senti a passare continuamente da film indipendenti come Il lato positivo e American Hustle a grandi blockbuster prodotti dalle major?
«Può sembrare un luogo comune, ma davvero non mi importa quanto è “grande” un film. Mi interessano la storia e i personaggi».

E il regista? È la seconda volta in pochi mesi che lavori con David O. Russell (il regista di Il lato positivo e American Hustle, NdR).
«David è come la caffeina per me, mi dà energia, è il luogo da cui nasce la creatività. Posso dire che è una delle grandi ispirazioni della mia vita e mi fido di lui su tutto».

Chiudiamo così: mi dici qual è il tuo miglior pregio e un tuo difetto?
«Un difetto è il volume della voce. Urlo troppo. Se sono a tavola con qualcuno è facile che non si riesca a parlare bene e che nella stanza si senta soltanto me. Ma sto cercando di lavorarci. Il pregio… non saprei. È strano che sia io a dirlo. Ma penso sia il modo genuino con cui mi auguro il meglio per tutte le persone che incontro».

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