Negli Stati Uniti il tema dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, è più che mai al centro del dibattito pubblico dopo le recenti uccisioni avvenute a Minneapolis, episodi che hanno acceso proteste diffuse e acceso interventi durissimi anche da parte di Hollywood. La morte di Alex Pretti, infermiere di 37 anni colpito durante un’operazione federale, è diventata uno dei simboli di una frattura sempre più evidente tra istituzioni e società civile. Le immagini e le testimonianze emerse hanno alimentato accuse di uso eccessivo della forza e spinto migliaia di persone a scendere in strada, chiedendo trasparenza e un ripensamento radicale delle politiche sull’immigrazione.
Questo clima di forte tensione ha trovato una cassa di risonanza importante durante il Sundance Film Festival di Park City, dove attori e registi hanno deciso di esporsi apertamente. Elijah Wood ha partecipato alla protesta “Sundancers Melt ICE”, organizzata per ricordare le vittime e condannare le azioni degli agenti federali, dichiarando: «Le persone che sono state illegalmente uccise in Minnesota — è terribile. Qui siamo a un festival che parla di unire le persone, di raccontare storie da tutto il mondo. Non siamo divisi; ci stiamo unendo». Anche Natalie Portman ha preso posizione durante i suoi impegni pubblici, affermando: «Quello che sta succedendo in questo paese in questo momento è assolutamente orribile. Quello che il governo federale, l’amministrazione Trump, Kristi Noem, l’ICE stanno facendo è davvero il peggio del peggio dell’umanità». Olivia Wilde ha parlato senza mezzi termini di una situazione «sconcertante e nauseante», sostenendo che non si possa più accettare tutto questo come una nuova normalità.
In questo contesto, mentre Hollywood prende posizione contro l’ICE come istituzione, sul web sono tornate virali accuse che riguardano invece l’uso strumentale dell’ICE in una vicenda personale che coinvolge Jeremy Renner. Nel novembre scorso, la regista cinese Yi Zhou aveva accusato anche tramite social l’attore di averle inviato «una serie di immagini pornografiche non richieste» tramite messaggi privati e di averla minacciata quando lei lo aveva affrontato sul suo comportamento. Secondo Zhou, dopo averlo chiamato in privato per «chiedergli di comportarsi in modo appropriato e di rispettarmi come donna e come regista», Renner le avrebbe risposto minacciando di «chiamare l’immigrazione/ICE», un gesto che lei ha definito «profondamente scioccante e spaventoso».
Le sue dichiarazioni hanno rapidamente fatto il giro dei social, alimentando un’ondata di commenti e reazioni, soprattutto in un periodo in cui il tema dell’ICE è diventato estremamente sensibile nell’opinione pubblica americana. La risposta di Jeremy Renner e del suo team legale è stata immediata e durissima. Un portavoce dell’attore ha definito le accuse «totalmente inaccurate e non vere», mentre l’avvocato Marty Singer le ha bollate come «false, sconcertanti e altamente diffamatorie». Secondo la versione fornita dalla difesa, sarebbe stata Zhou ad aver «perseguitato in modo insistente e aggressivo» Renner per mesi, inviandogli centinaia di messaggi non richiesti dopo che lui avrebbe respinto le sue avances romantiche e rifiutato di promuovere i suoi progetti sui social. Singer ha parlato di un solo «breve incontro consensuale» tra i due, negando categoricamente qualsiasi minaccia o comportamento illecito da parte del suo assistito.
La vicenda, tornata ora prepotentemente sotto i riflettori, si intreccia con un momento storico in cui l’ICE è diventata il bersaglio di critiche politiche, morali e culturali. Da un lato c’è un’industria cinematografica che scende in piazza contro quella che molti definiscono una deriva disumana delle politiche migratorie; dall’altro, c’è un caso personale che mostra come il nome dell’agenzia possa trasformarsi in un’arma simbolica capace di distruggere reputazioni e alimentare scontri mediatici. Ed è forse proprio questa sovrapposizione a rendere oggi le accuse contro Jeremy Renner di nuovo virali, nel momento più delicato possibile.
Foto: Dimitrios Kambouris/Getty Images
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