Trent’anni, e sembrava ieri. Trent’anni sono passati dalla morte di John Belushi, comico, musicista, attore, imitatore, alcolizzato, drogato, una delle menti più brillanti e più autodistruttive della storia del cinema, uno dei pochissimi che continuerà a mancarci anche tra cinquant’anni.
Trent’anni da quando Catherine Evelyn Smith, cantante, spacciatrice e groupie, gli iniettò quella dose letale di cocaina ed eroina, spedendolo da quel Creatore che John aveva preso bonariamente in giro per tutta la sua carriera, forse sapendo che non sarebbe passato molto prima del faccia a faccia.
Trent’anni nei quali non abbiamo mai smesso di guardare i suoi film, i suoi sketch, di sentirlo cantare e di ricordarne la voce, il sorriso e l’assoluto candore con cui riusciva a trasformare ogni gesto, anche il più radicalmente stupido, in un momento di indimenticabile follia.
Nato John Adam Belushi nel 1949 da genitori immigrati dall’Albania all’Illinois, Belushi crebbe a Wheaton, a 40 chilometri da Chicago, nella piccola comunità della chiesa ortodossa albanese. Primo di quattro fratelli (e almeno Jim lo ricorderete, visto che il suo La vita secondo Jim passa in preserata su Italia Uno da anni), a Wheaton conobbe anche Judy Jacklin, ovvero colei che sarebbe diventata sua moglie e con la quale, all’età di 24 anni, si trasferì a New York per inseguire la carriera nello spettacolo. Cominciò in radio, nel programma comico The National Lampoon Radio Hour, dove conobbe gente come Bill Murray e Chevy Chase. Da lì alla televisione il passo fu breve: dal 1975 al 1979 divenne ospite fisso del Saturday Night Live della NBC, dove incontrò il suo partner di sempre Dan Aykroyd e dove diede vita ad alcuni degli sketch comici più memorabili più o meno da quando nel 1911 Boris Rosing inventò la televisione a tubo catodico.
Parlare del Belushi comico e attore è forse un esercizio di stile, dopo trent’anni di omaggi, biografie, autobiografia postume, parodie, ennesime repliche dei suoi (pochi, purtroppo) film. basta andare su YouTube e cercare “John Belushi SNL” per trovarsi di fronte a un mondo fatto di eccessi, stupidità gratuita, facce buffe, risate, deliri, imitazioni, duetti. Nei meandri del Tubo si trova di tutto: il (presunto) primo provino per il SNL, un’esibizione insieme a Joe Cocker, parodie di Star Trek. In pochi, intensi anni di carriera, Belushi ha fatto tutto, provato tutto e soprattutto fatto ridere tutti.
Anche sul grande schermo, ed è ancora più ozioso ricordare i suoi sette film, dei quali almeno tre (o tutti e sette, almeno se chiedete il parere di chi scrive) che passeranno alla storia del cinema, comico e non solo. Animal House, Blues Brothers, 1941: allarme a Hollywood: chiunque abbia fatto comicità in America, da American Pie alle varie Notti da leoni che spopolano in questi anni, dovrebbe ringraziare questi tre capolavori, e imparare a memoria le battute di Jake Blues/John Blutarsky/Bill Kelso. Serve davvero dire di più? No, se non questo: se ancora non li conoscete, prima cospargetevi il capo di cenere, poi inginocchiatevi sui ceci, infine recuperateli. E già che ci siete, recuperate anche Verso il sud, Chiamami Aquila, Il compagno di scuola e I vicini di casa. E i dischi dei Blues Brothers, e i loro concerti: insomma, tutto ciò che coinvolga in qualche modo la faccia di John Belushi.
Trent’anni sono passati dalla sua morte, e ancora non ci capacitiamo di averlo perso. Sulla sua tomba, a Chilmark, Massachusetts, c’è un teschio da pirata, con tanto di ossa incrociate: l’epitaffio recita «I may be gone, but rock and roll lives on», «Sarò anche morto, ma il rock and roll continua a vivere». Sulla tomba di famiglia, invece, un ricordo ancora più semplice ed efficace: «He gave us laughter», «ci ha fatto ridere». Serve altro?
Qui sotto un video omaggio a John Belushi:
Il celebre monologo di Belushi in Animal House (Quando il gioco si fa duro…):
Animal House – « Quando il gioco si fa duro, i… di lifextension
Una folgorante battuta dei Blues Brothers:
Qui sotto una gallery su John Belushi:
(Foto KikaPress)
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