«L’arte sfida la tecnologia e la tecnologia ispira l’arte», con queste parole in mattinata John Lasseter, Chief Creative Officer di Walt Disney e Pixar Animation Studios, ha descritto la filosofia Pixar e ha presentato alla stampa italiana la mostra Pixar 25 anni di animazione, che verrà inaugurata domani sera al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano per aprire ufficialmente al pubblico dal 23 novembre 2011 al 14 febbraio 2012.
Un assunto che sintetizza in maniera efficace anche l’obiettivo di questo allestimento itinerante, che debutta in Europa, ovvero illustrare come effettivamente si sviluppi il lavoro che porta alla creazione di un film Pixar, la casa di produzione che con Toy Story ha regalato al mondo il primo film d’animazione interamente realizzato al computer. L’approdo tecnologico, infatti, è solo l’ultimo tassello di un viaggio artistico, che si sviluppa attraverso i linguaggi “tradizionali” e coinvolge l’intero team creativo dallo studio degli storyboard alle maquette, vere e proprie sculture d’argilla, che vengono utilizzati dagli animatori come riferimento per vedere il personaggio da tutte le angolazioni. Bozzetti, dipinti e sculture fanno tutti parte di questa mostra che celebra il primo quarto di secolo dell’azienda e dei suoi film.

Best Movie ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione dell’evento, moderato da Domenico Piraina, direttore del PAC, e ha visto la presenza di: Kyle R. Scott, console generale Usa; Stefano Boeri, assessore alla Cultura, Moda, Design e Expo del Comune di Milano; Antonio Scuderi, amministratore delegato di 24 Ore Cultura – Gruppo 24 ORE; Maria Grazia Mattei, curatrice della tappa italiana della mostra; e John Lasseter, di cui vi riportiamo l’intervento, dividendolo in comodi capitoli.

LASSETER: LA PASSIONE PER L’ARTE, GLI ESORDI CON DISNEY E LA VISIONE DEL FUTURO DELL’ANIMAZIONE

«Mia madre era un’insegnante d’arte. Sono cresciuto con la stessa passione. A 14 anni poi ho scoperto che si veniva pagati per fare cartoni animati. Ho realizzato il sogno di lavorare come animatore ai Walt Disney Studios e lì ho assistito all’inizio dell’uso dell’informatica per la produzione di film. È stato davvero entusiasmante, ma non tanto per quello che si faceva allora, ma per il potenziale che io vi vedevo. Grazie all’informatica si sarebbero potuti fare film d’animazione in tre dimensioni. Ero così entusiasta a proposito dei possibili sviluppi di questa tecnologia, che ho continuato a insistere a lungo con Disney Animation per poterla applicare ai nuovi film d’animazione, ma a quel tempo l’azienda non era assolutamente interessata e mi licenziarono. Finalmente feci un incontro e iniziai a lavorare in una divisione della Lucas Film».

DALLA LUCAS FILM ALLA PIXAR

«Dal 1979 agli inizi degli anni Ottanta, alla Lucas Film, riuscii a raccogliere, l’eccellenza dei ricercatori della computer graphics. Ero il primo animatore di formazione tradizionale a entrare a far parte di questo mondo. D’altra parte la matematica non è mai stata il mio forte, sapevo a malapena l’ortografia e l’inglese, ma sapevo disegnare e creare dei personaggi con delle emozioni. Com’era strutturato all’epoca il lavoro della computer graphics? Le stesse persone che creavano le immagini erano gli stessi che usavano i programmi di grafica. Io mi sono reso subito conto che non avrei mai saputo usare quei programmi bene quanto gli specialisti. Così mi sono messo al loro fianco, sfruttando il mio bagaglio. Alla Disney avevo imparato a creare dal nulla un personaggio con emozioni che si esprimevano attraverso il movimento. Ebbene, lavorando con queste persone, io ho avuto grandissime ispirazioni dalla tecnologia, idee che non avrei avuto altrimenti. Come ho già detto: l’arte sfida la tecnologia e la tecnologia ispira l’arte. La tecnologia da sola non ha mai divertito nessuno. E’ quello che si fa con la tecnologia che può divertire. 25 anni fa, quando incontrai Stev Jobs avevo incominciato a fare animazione computerizzata e lo faccio ancora oggi. Ma tutto il lavoro che sta dietro la creazione dei film Pixar rimane oscurato dal film stesso, che è quello che la gente riesce a vedere. Noi usiamo l’arte e la tecnologia insieme per intrattenere la gente. Ma al di là di questi film ci sono migliaia di opere d’arte che ci ispirano e che ci aiutano e tutto questo non viene mai messo in mostra. Oggi abbiamo l’occasione per farvi vedere tutto questo».

I TRE INGREDIENTI DI UN BEL FILM D’ANIMAZIONE

«Ci sono tre cose alle quali bisogna fare attenzione nel creare un buon film d’intrattenimento, specialmente un film d’animazione. La prima è la storia: deve essere avvincente e imprevedibile. La seconda sono i personaggi: devono essere interessanti e attraenti, persino i cattivi. La terza è il contesto: un mondo credibile. Non realistico, ma credibile. In un film d’animazione non c’è niente che si possa prendere dalla realtà. Non esistono location da scegliere e filmare. Per far approdare i personaggi di Cars 2 in Italia, abbiamo dovuto costruirla l’Italia. Ed è soltanto il mio grande amore per questo Paese che mi ha consentito di creare tutti quei dettagli che hanno reso la nostra ricostruzione dell’Italia così credibile»

ACCEDERE A UNO STAGE PIXAR? PIU’ DIFFICILE DI UN TEST D’AMMISSIONE AD HARVARD

«Noi alla Pixar diamo molta importanza all’ingresso di giovani talenti nella nostra azienda. Offriamo anche degli stage agli studenti, ma è difficilissimo accedervi, più difficile dei test d’ammissione ad Harvard. Crediamo tantissimo nei giovani talenti. D’altra parte alla Pixar abbiamo una filosofia molto semplice: a noi non importa da chi arrivi un’idea. È l’idea che rende il film migliore quella che poi viene utilizzata. Gli artisti non sono soggetti ad alcun obbligo, non viene mai detto loro ciò che deve fare in modo che ognuno possa sentirsi il vero proprietario di ogni sua piccola creazione. Vogliamo produrre solo film che veramente amiamo e che di diano soddisfazione e orgoglio per tutta la vita»

IL BAMBINO DELL’AEROPORTO DI DALLAS CHE SPINGE LA MACCHINA DEI SOGNI

«Per ognuno il senso di realizzazione è diverso. Per alcuni quello che conta di più è fare un blockbuster, per me è potermi sedere di fronte a una platea e osservarla mentre si diverte guardando un film Pixar. Vi racconto un aneddoto. Cinque giorni dopo l’uscita di Toy Story mi trovavo all’aeroporto di Dallas. Sceso dall’aereo ho incontrato un ragazzino che stringeva tra le mani un pupazzetto di Woody. Era la prima volta che vedevo un bambino al di fuori della Pixar o della mia famiglia con in mano un nostro giocattolo. Ebbene, non dimenticherò mai l’espressione e l’entusiasmo di quel bambino che non vedeva l’ora di mostrare il giocattolo al suo papà. Tutte le nostre energie sono profuse per regalare a tutti voi lo stesso sguardo sognante di quel bambino». (Foto Getty Images)

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