Volgare, ingrassato, rude e con un sorprendente monologo di apertura tutto incentrato… sul suo pene: il protagonista di Dom Hemingway, la commedia nera scritta e diretta da Richard Shepard, è un Jude Law in grande (e grossa) forma, che irrompe sullo schermo con la furia di un ciclone e il linguaggio di una canaglia. Incarna un criminale che esce di prigione dopo 12 anni, pronto a rifarsi una vita. Avrebbe potuto scontare qualche anno in meno scendendo a patti con la giustizia, ma ha preferito tenere la bocca chiusa. Ora ha due piani. Primo: andare a trovare il suo capo e riscuotere i soldi che gli spettano. Due: provare a riconquistare la fiducia della figlia. Nel farlo, non è da solo: accanto a lui l’amico di sempre Dickie (Richard E. Grant), che bilancia la sua follia con un impeccabile aplomb british. Incontriamo Jude Law a Londra: l’attore, elegante e casual in un completo grigio con cardigan blu, è rilassato e contento di poter parlare di un film che ha amato molto.
Penso che tu abbia fatto un lavoro magnifico su questo personaggio: arrogante, imperfetto, poco accomodante eppure, al tempo stesso, tenero. Quasi da Oscar.
«Oh, grazie mille! Ma… non penso che Dom sarebbe il benvenuto agli Oscar».
Potrebbe dire qualcosa di spiacevole dal palco?
«No, penso si ubriacherebbe prima ancora di arrivare alla cerimonia. Te lo immagini? Sarebbe un film già solo questo: “Dom va agli Oscar”. Mio Dio, si renderebbe così ridicolo!».
Sai che penso, invece? Che Dom dovrebbe addirittura condurli, gli Oscar.
(Jude esplode in una sonora risata)
«Te lo immagini? “Dom e Dickie vanno agli Oscar”. Se qualcuno vuole farlo, io ci sto! Potrebbe diventare uno show vietato ai minori. Non penso che l’Academy sarebbe d’accordo. Ci manderebbero in onda alle due di notte». […]
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