Juliette Binoche a Cannes non risponde alle domande su Gaza, ma punzecchia Donald Trump
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Juliette Binoche a Cannes non risponde alle domande su Gaza, ma punzecchia Donald Trump

La star francese è stata chiamata in causa per il documento apparso sul quotidiano francese Libération e firmato da oltre 350 personalità del mondo del cinema, tra cui Richard Gere, Susan Sarandon e Javier Bardem, a sostegno dell'artista e fotoreporter 25enne di Gaza Fatma Hassouna

Juliette Binoche a Cannes non risponde alle domande su Gaza, ma punzecchia Donald Trump

La star francese è stata chiamata in causa per il documento apparso sul quotidiano francese Libération e firmato da oltre 350 personalità del mondo del cinema, tra cui Richard Gere, Susan Sarandon e Javier Bardem, a sostegno dell'artista e fotoreporter 25enne di Gaza Fatma Hassouna

Binoche Cannes giuria

Durante la tradizionale conferenza stampa della giuria, alla presidente della giuria del 78esimo Festival di Cannes, Juliette Binoche, è stato chiesto perché non avesse firmato la lettera aperta dell’industria cinematografica mondiale che condannava il “silenzio” sull’impatto letale e mortale dell’attuale  campagna militare  israeliana a Gaza, replicando a un giornalista della divisione inglese di Al Jazeera: Non posso risponderle. Forse tra non molto capirete perché. Tra i firmatari del documento, apparso lunedì sul sito web del quotidiano francese Libération, spiccano oltre 350 personalità del mondo del cinema, tra cui Richard Gere, Susan Sarandon e Javier Bardem, intervenuti a sostegno dell’artista e fotoreporter 25enne di Gaza Fatma Hassouna.

La giovane donna è stata uccisa in un attacco aereo israeliano a metà aprile, appena 24 ore dopo l’annuncio che il documentario di Sepideh Farsi Put Your Soul On Your Hand And Walk , che esplora la vita di Hassouna nella Striscia di Gaza, sarebbe stato presentato in anteprima mondiale nella sezione parallela di Cannes, ACID. Dieci dei suoi parenti, tra cui la sorella incinta, sono stati uccisi nello stesso attacco.

La presidente di giuria Juliette Binoche insieme ai giurati (da sinistra) Carlos Reygadas, Jeremy Strong e Halle Berry. Foto: Pascal Le Segretain/Getty Images

Sollecitata sui dazi imposti da Donald Trump su film e prodotti televisivi e audiovisivi provenienti dall’estero e destinati agli Stati Uniti, Binoche, che aveva condiviso anche il set di Un beau solei intérieur (L’amore secondo Isabelle, in italiano) di Claire Denis con Gérard Depardieu, appena condannato a 18 mesi con pena sospesa per aggressione sessuale sul set di  Le persiane verdi  (Les Volets Verts) di Jean Becker del 2021, ha detto: “Non sono sicura di essere in grado di rispondere a questa domanda, perché richiede un’analisi dell’industria e del cinema nel mondo. Capisco che il Presidente Trump stia cercando di proteggere il suo paese, ma noi abbiamo una comunità cinematografica molto forte nel nostro continente, in Europa. Quindi non so davvero cosa dire al riguardo. Credo che possiamo vedere tutto che sta lottando e che sta cercando in molti modi diversi di salvare l’America e di salvarsi il culo.

A chi le chiedeva, facendo eco all’affaire Depardieu, se pensasse che il MeToo ha contributo a cambiare il mondo in positivo, ha replicato: “Certo, sì, assolutamente. Da diversi anni, il festival segue questa tendenza nella vita sociale e politica. Ci sono stati grandi cambiamenti nel mondo. A volte segue le tendenze, a volte le anticipa, ha affermato. “Credo che il festival sia sempre più al passo con quello che sta succedendo oggi: l’ondata del MeToo ha impiegato un po’ di tempo per rafforzarsi”.

Alla domanda di Variety se sarebbe stata disponibile a interpretare uno spin-off che coinvolgesse il suo personaggio della Bond Girl Giacinta Johnson detta Jinx, incarnato al fianco di Pierce Brosnan ne La morte può attendere del 2002 – o se interpretrebbe lei stessa il ruolo della famosa spia, in un ipotetico futuro – la giurata Halle Berry ha invece risposto, chiosando molto diplomaticamente:Non so se 007 debba essere una donna. C’è stato un momento in cui sarebbe potuto succedere. Probabilmente avrebbe dovuto succedere. Mi sarebbe piaciuto molto che succedesse.
 

Da sinistra: Le giurate Leïla Slimani, Halle Berry, Juliette Binoche (presidente di giuria), Alba Rohrwacher, Payal Kapadia. Foto: Samir Hussein/WireImage

The Apprentice metteva davvero in risalto la posta in gioco”, ha affermato invece la star dell’acclamata serie HBO Succession , Jeremy Strong, che ha ottenuto una nomination all’Oscar per la sua interpretazione del feroce avvocato/mentore di Trump, Roy Cohn, nel film di Ali Abbasi presentato a Cannes lo scorso anno in concorso, con Sebastian Stan nei panni di una giovane versione del Tycoon fresco di rielezione alla Casa Bianca. “Roy Cohn lo vedo essenzialmente come il progenitore delle fake news e delle versioni alternative delle notizie e della realtà, e stiamo vivendo le conseguenze di ciò che penso abbia creato.

Ha continuato l’attore: “Penso che in questo periodo in cui la verità è sotto attacco e sempre più in pericolo, il ruolo delle storie, del cinema, dell’arte, specie qui in questo tempio del cinema, sia sempre più cruciale, perché può combattere quelle forze avverse e comunicare appunto verità, verità individuali, verità umane, verità sociali, e affermare e celebrare la nostra comune umanità. Quindi direi che quello che sto facendo quest’anno è, in un certo senso, un contrappeso a quello che Roy Cohn stava facendo l’anno scorso”.

Oltre a Strong e Berry, la giuria di quest’anno include anche la regista di All We Imagine as Light Payal Kapadia, il regista sudcoreano Hong Sangsoo, l’attrice italiana Alba Rohrwacher, la scrittrice franco-marocchina Leïla Slimani, il documentarista congolese Dieudo Hamadi e il cineasta messicano Carlos Reygadas. Sotto la presidenza di Greta Gerwig, lo scorso anno la Palma è andata ad Anora di Sean Baker, che si è poi aggiudicato l’Oscar al miglior film.

Foto: Gareth Cattermole/Getty Images

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